Rocco Vita*
Quella che doveva essere la riforma tanto attesa per gli enti locali si sta rivelando ancora una volta la classica telenovela dal finale incerto.
Il dibattito politico sviluppatosi sull’argomento ha portato ancora una volta il governo a creare un clima di grande confusione nel settore. Stiamo assistendo ad un continuo proliferare di leggi e norme in materia dei servizi pubblici con un continuo up and down, tra disciplina favorevole alla liberalizzazione e tutela della concorrenza e disciplina che predilige una forte privatizzazione, a ben vedere a scapito dell’effettiva concorrenza poiché si preclude alle società totalmente pubbliche l’accesso al mercato e la loro permanenza.
Già con la finanziaria del 2002 si favorì il passaggio delle aziende speciali in società di capitali, generalmente s.p.a., per la gestione dei servizi pubblici locali, altre importanti novità emersero durante la finanziaria del 2004 con la rimodulazione dell’articolo della stessa legge,che introduce per la prima volta la possibilità di affidare i servizi direttamente a società partecipate interamente da capitale pubblico, società cosiddette “in house”.
Siamo ad oggi con le novità introdotte dalla legge 112/2008 e poi dalla legge 166/2009 dove il principio dell’ “in house providing” diventa residuale e a certe rigorose condizioni, mentre l’affidamento mediante gara diventa la regola.
Quali saranno le ripercussioni per gli enti locali?
Innanzitutto per le gestioni dirette ciascun ente interessato dovrà, entro il 31 dicembre 2011, decidere se continuare con gli affidamenti in house e nel frattempo motivare con atto del consiglio se sussistono le condizioni per non andare a gara e la decisione deve essere sottoposta al’autorità Garante della concorrenza la quale deve rilasciare un parere preventivo obbligatorio-semivincolante.
Insomma gli enti locali non potranno più in futuro gestire “in casa” la raccolta dei rifiuti, il trasporto pubblico locale, l’acqua, senza aprire obbligatoriamente ai privati.
Si ripropone ancora il tema della liberalizzazione-privatizzazione, tanto caro ad una destra liberista, poco o punto liberale, nell’individuare la migliore soluzione che il mercato in questo momento richiede e in un contesto, come quello dei servizi pubblici locali, che interessa da una parte una certa categoria di imprese e da un’altra l’utente finale, cioè il cittadino che paga per avere servizi sempre più inefficienti e a caro prezzo.
È un segmento importante il cui approccio non può essere confusionario e avere regole di mercato poco chiare, il pericolo è che si sta mettendo a serio rischio un equilibrio di per sé già delicato, il rapporto cittadino-utente e ente locale.
La incompiuta riforma dei servizi pubblici locali, accompagnata da un non dibattito politico nel merito e senza il coinvolgimento degli stekolders locali, rischia di diventare l’ennesima pessima non riforma che il governo si appresta a fare tale da compromettere il rispetto del “diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali …….”, diritto sancito dalla Costituzione.
In questi anni si è cercato di introdurre a colpi di decreti ipotesi di privatizzazioni in vari settori come quello che qui si discute, non si è mai voluto affrontare il problema attraverso una seria riforma strutturale del settore, è stato un navigare a vista che ha determinato sfasci irrecuperabili in settori strategici, come il dibattito recente sviluppatosi sulla privatizzazione dell’acqua.
Molti comuni oggi devono guardare con preoccupazione ad una riforma che tende a bloccare una gestione a guida pubblica e vengono obbligati a disfarsi di importanti asset, secondo principi che tendono a non tutelare i cittadini.
A questo punto viene da chiedersi se il privato e il pubblico possano insieme garantire alti livelli di efficienza e migliore qualità dei servizi ovvero se il mercato dei servizi pubblici locali debba essere tutto privatizzato e il pubblico avere un ruolo di regolatore delle tariffe e soprattutto di controllo sui servizi erogati ai cittadini, ma tutto questo purtroppo la riforma non lo chiarisce.
Il legislatore è intervenuto in materia di servizi pubblici locali praticamente ogni anno e questo è un male in sé perché occorre dare tempo agli addetti ai lavori per apprezzare e prendere confidenza con il quadro normativo, cosa che certo non è possibile in un contesto instabile e lacunoso come quello che abbiamo avuto fino ad oggi. Purtroppo il processo di riforma sembra non essere ancora arrivato ad un quadro di ragionevole chiarezza e definizione il che ostacola quel processo di crescita che, in molti servizi, non è più rinviabile.
*Consigliere regionale Basilicata