Gli “opinion makers”italiani sono come gli emigrati al tempo della Rivoluzione francese: non hanno dimenticato e non hanno imparato nulla.
Nei primi anni novanta ci avevano spiegato che la crisi di sistema era colpa del “troppo stato”, dei partiti e dei politici; e, dovendo specificare, avevano individuato come centro del Male i socialisti e Craxi; insomma l’anello più debole e indifeso della catena. Diciamo “colpire uno per lasciare tranquilli gli altri”.
Poi abbiamo avuto dei pentimenti ( “ci eravamo sbagliati; Craxi e i socialisti non erano poi così male”) e il versare di qualche lacrima.
Ma erano lacrime di coccodrillo. Perché, alla prima occasione, è tornata la caccia al capo espiatorio; e, come allora, ad un tempo meno rilevante e più vulnerabile.
Così, c’è la crisi nel mondo e in Italia e la cittadinanza inferocita vuole dei colpevoli? E, allora, si offrono al pubblico ludibrio: i politici in generale, nullafacenti per definizione (ma perché ridurne selettivamente il numero e non in generale gli emolumenti?); quelli di sinistra (isi - corrttaleggi “i socialisti fautori della spesa pubblica”; ma in Italia non erano scomparsi?); e, precisazione definitiva, i consiglieri provinciali. Di quali nefandezze costoro siano responsabili non è dato sapere, come non è dato conoscere le storture di un ente incardinato nel tessuto istituzionale del nostro paese da centocinquant’anni e che ha sempre funzionato senza particolari problemi.
Ma tant’è; la pietra dello scandalo è quella che si può denunciare senza pagare dazio; nella logica di sempre che è quella di prendersela con i deboli per compiacere i forti.
Aggiungiamo che la caccia alle streghe sembra essere arrivata di recente alla Causa prima del nostro disastro: le province inferiori ai 200.000 abitanti. E segnaliamo allora, da cittadini zelanti, che tra queste c’è Rieti; una provincia che “non a caso”( come avrebbe detto Stalin) ha un consigliere socialista, il comp. Pastorelli; che, sempre non a caso, è anche tesoriere del nostro partito.
E allora delle due l’una: o il nostro è tra i primi responsabili della crisi nazionale; oppure i facitori d’opinione sono parte essenziale del problema che ci invitano a risolvere; esattamente, appunto, come ai tempi di Tangentopoli.