Alberto Benzoni
Michele Santoro può non piacere. E non per le opinioni che esprime; piuttosto per la sua capacità di alimentare passioni, agguati e “piazze che hanno sempre ragione”. Pure, come democratici, dovremmo essergli eternamente grati per la sua trasmissione sui fatti di Brescia. Prima, guardavamo delle immagini; dopo, siamo stati in grado di vedere dei fatti.
Prima, dagli schermi delle Tv “omologate”, scorgevamo delle persone su di una gru. Di diverso colore; ma di cui ignoravamo tutto il resto. “Irregolari”, certo (e cioè “clandestini”); venuti momentaneamente alla luce per rivendicare qualcosa che potevano soggettivamente sperare di ottenere (c’era stata una qualche truffa a loro danno) ma cui non avevano, oggettivamente, diritto. Intorno a loro, una serie di ombre indistinte. Né popolo né partiti, né istituzioni o grandi forze sociali, almeno in apparenza. Sicuramente parenti ed amici; con l’aggiunta di manifestanti caricati dalla polizia perché, come mostravano le immagini, “se l’erano andata a cercare” con vandalismi d’ogni tipo. E, infine, i tradizionali protagonisti delle nostre “sagre dei migrantes”: il prete che lavora per una soluzione umanitaria; e il leghista che indossa, severo, il manto della legge.
E, per concludere, la soluzione che non scontenta nessuno; niente sanzioni per i manifestanti che potranno continuare a vivere e lavorare in Italia; ma niente sanatoria. Contenti preti e leghisti; e magari anche noi.
E, invece, dopo Annozero , non dovremmo essere contenti; ma semmai un tantino indignati. Perché abbiamo finalmente conosciuto i protagonisti della vicenda e i loro (quanto eloquenti!) rappresentanti. E questi ci hanno spiegato una cosa che avremmo comunque dovuto sapere: che “quelli delle gru”, e altre centinaia di migliaia di persone come loro, sono certamente degli “irregolari”ma non sono certo dei clandestini; perché lavorano regolarmente e da anni in aziende gestite quasi sempre da padroni italiani; e perché hanno un nome un indirizzo una tessera sanitaria e dei figli a scuola. La loro sfortuna è stata- al tempo dell’ultima, ma proprio ultima, sanatoria- di non essere né badanti né colf; e cioè di non fruire dell’attenzione politica di cui si sono avvalse, in nome delle esigenze della famiglia, queste due ultime categorie. Per loro, dunque, la regolarizzazione; per gli altri la, formale, clandestinità.
Dovremmo sempre scrivere la parola tra virgolette. Perché, nella grandissima maggioranza dei casi, non siamo di fronte ad una scelta di vita; ma ad una condizione imposta da altri. Una condizione che diventa definitiva; perché il sistema è costruito proprio per impedirti di uscirne.
“Clandestino”, naturalmente, è un vocabolo leghista. A testimonianza del fatto che l’intera questione dell’immigrazione è sotto tutela da parte di Bossi e dei suoi amici. E non per essere”risolto”magari in base alle loro impostazioni. Piuttosto, per essere gestito secondo le loro convenienze politico-elettorali.
Così la “clandestinità” è stata accresciuta e consolidata dalle impostazioni muscolari della Lega, con la loro sapiente mescolanza di evidente arbitrio e nascoste tolleranze. Così, ancora, i tanto conclamati respingimenti hanno semplicemente modificato tecniche e direzioni dei flussi migratori, senza intaccarne l’entità; anzi. Così, infine, le varie parate antimoschee e antirom- in nome della lotta contro il multiculturalismo e la separatezza hanno semplicemente reso il fenomeno più esteso e meno controllabile. Si innalza la bandiera dell’integrazione. Ma la si nega in linea di fatto; e in ogni possibile circostanza.
E, allora, la domanda è: sino a quando i nostri “immigrati onesti” (per usare la parola del più illustre dei pentiti, Fini) accetteranno di rimanere in questa specie di terra di nessuno? Forse Brescia è un segnale; forse il coperchio sta per saltare.