Paola Schiavulli
La violenza sulle donne, sebbene sia sempre esistita, è un fenomeno sociale che nel nostro Paese, fino agli anni ’70, non è mai riuscito ad avere una propria connotazione sociale.
Le percosse i ricatti, le violenze, le privazioni economiche ai danni delle donne e anche dei figli, erano considerate come normali conflitti familiari, giustificati dalla visione patriarcale della famiglia, presente di diritto in Italia fino al 1975. L’introduzione prima del divorzio nel 1970 e poi la riforma del diritto di famiglia nel 1975 (Legge 151) sanciscono il definitivo tramonto della famiglia basata su asimmetrie di coppia e di generazione, adeguando il diritto ai mutamenti che erano avvenuti anche nel nostro paese sia a livello di costumi sociali che di valori. Si può quindi affermare che, la violenza contro le donne deriva da un sistema sociale di valori e rappresentazioni, nel quale il femminile ha da sempre una posizione sociale inferiore, che ostacola l’effettiva realizzazione della parità uomo-donna, con riferimento all’art. 13 della Dichiarazione sulla politica contro la violenza verso le donne in una Europa Democratica.
Nel “Livre noir de la condition des femmes”, di C. Ockrent del 2006, la violenza contro le donne è presentata e definita come vero e proprio “terrorismo sessuale”, ma, a differenza della “lotta contro il terrorismo”, la “lotta contro il terrorismo sessuale” non figura nel programma delle azioni intraprese e condotte a livello internazionale.
Nell’oscurità dell’inconscio dell’uomo si è sedimentato un archetipo che vive la donna come la sua prima preda, il primo oggetto da possedere, e quando non può averlo aggredisce, l’aggressività senza motivo, né fine, diventa furia cieca e distruttiva.
Chi picchia violenta e stupra è un soggetto ad alto tasso di probabilità di recidiva, quindi si dovrebbe rinforzare la repressione penale attraverso la creazione di nuove fattispecie delittuose, quali il riconoscimento del crimine sessuale e fornire le autorità giudiziarie di nuovi strumenti processuali in grado di contrastare il fenomeno criminoso in questione. Un punto debole della giustizia italiana, sta nel fatto che le leggi sono redatte, quasi esclusivamente da uomini, ed è per questo che nella maggior parte dei casi tendono a risultare inefficaci nel risolvere problemi prettamente femminili.
Una società responsabile deve fornire alle donne i mezzi per denunciare la violenza, e non dovrebbe lasciare che i mezzi riparativi siano formulati secondo modi scissi e primitivi: psicoterapia alle vittime e procedimenti giudiziari ai carnefici, ma piuttosto dovrebbe coinvolgere e sensibilizzare tutti coloro che a vario titolo possono offrire aiuto.