Avanti della domenica

N. 37 del 21 novembre 2010

Negli altri Paesi europei alla precarietà corrisponde una crescita del salario
Vincenzo Iacovissi - Il mondo a rovescio: meno soldi e meno diritti
mercoledì 17 novembre 2010

Vincenzo Iacovissi

Sappiamo tutti, purtroppo, quali siano le attuali condizioni del mondo del lavoro nel nostro Paese. A fronte di un tasso di disoccupazione generale superiore all’11%, spicca il 30% circa di non lavoro fra i giovani. In altri termini, più di un ragazzo su 4, al di sotto dei 35 anni, non ha concrete opportunità lavorative, e, se le possiede, vive in una situazione di pressoché stabile precariato.
La flessibilità dei contratti, introdotta nel nostro ordinamento in modo progressivo a partire dalla metà degli anni ‘90, può non costituire in se stessa un disvalore, poiché consente, almeno in via teorica, una maggiore mobilità e specializzazione della manodopera, e, nel contempo, riduce la rigidità nel rapporto fra offerta e domanda di lavoro per le imprese. Tutto questo è stato spiegato – anche se molto male – all’indomani delle riforme adottate in tal senso, dal c.d. “pacchetto Treu” del 1997 sino ad arrivare al Dlg n. 276/2003 (attuativo di una legge di delega la cui paternità fu erroneamente attribuita a Marco Biagi). Le conseguenze dell’applicazione pratica di simili riforme si situano in modo stridente nelle cifre sulla disoccupazione giovanile alle quali si accennava. Le imprese, stimolate dal nuovo contesto economico e normativo hanno iniziato ad assumere manodopera di neolaureati con contratti ricadenti nelle tipologie flessibili (lavoro a progetto, co.co.co., occasionale, ripartito, intermittente, e così via), ovvero, soprattutto verso ragazzi sprovvisti del titolo di studio accademico, con semplici incarichi di somministrazione a tempo (il c.d. “lavoro interinale”). L’avvento della crisi economica mondiale, inoltre, ha sacrificato sull’altare dell’austerità proprio queste categorie di lavoratori, privi di mezzi di tutela, perché estranei alle forme di ammortizzatori sociali garantite invece ai lavoratori a tempo indeterminato, e, quand’anche preservati sul posto di lavoro, pagati con remunerazione al di sotto dell’impegno profuso.
L’art. 36 della Costituzione, tra l’altro, sancisce il principio di proporzionalità fra la retribuzione e la quantità e qualità del lavoro prestato. Al contrario del dettato richiamato, quindi, i ragazzi e le ragazze subiscono oltre il danno della stabile precarietà anche la beffa di remunerazioni inadeguate.
In molti Paesi d’Europa – su tutti la Germania ma non solo – la manodopera qualificata che accetta condizioni di precarietà viene gratificata almeno sul versante economico, poiché se la flessibilità allenta le maglie per le imprese, deve essere però pagata dalle stesse sotto il profilo della retribuzione. Solo così, si riequilibra un rapporto fra datore e lavoratore che oggi vede soccombente sempre e solo il secondo.
Sul lato delle riforme – sempre annunciate e mai realizzate in questo “straordinario” Paese – bisognerebbe, quindi, intervenire disincentivando il lavoro precario sul lato delle imprese, abbassando il costo del lavoro stabile rispetto a quello precario, così da invertire la tendenza dell’ultimo decennio e restituire ai giovani che entrano nel mercato del lavoro, se non il mito del posto fisso riscoperto da Tremonti dopo averlo demonizzato, almeno una paga per la propria impossibilità di immaginare un futuro.
Funziona così in molte parti del continente; non da noi, perché il ceto politico-dirigente è in altre faccende affaccendato. Peraltro, non sarebbe di certo il migliore dei mondi possibili, ma almeno rappresenterebbe un risarcimento verso chi, per colpe non sue ma delle generazioni che lo hanno preceduto, è costretto a vivere la giornata ad ore, anzi a minuti.