Avanti della domenica

N. 37 del 21 novembre 2010

Uno stabilimento Fiat si può spostare in Serbia, un panorama o un monumento no
Matteo Pugliese - Neolocalismo, paradosso capitalista
mercoledì 17 novembre 2010

Matteo Pugliese

Se dall’Ottocento sino alla caduta del Muro è risuonato imperante il motto marxiano ‘Lavoratori di tutto il mondo unitevi!’, oggi è totalmente sconfessato dalla nuova filosofia di mercato.
Le prime avvisaglie di crollo di solidarismo e internazionalismo laburista si sono viste qualche anno fa, all’incedere della crisi economica mondiale. Uno dei sintomi più clamorosi è stata l’eclatante e per certi versi inedita protesta di lavoratori inglesi del Lincolnshire, dopo che un’azienda italiana aveva regolarmente vinto una gara d’appalto per la costruzione di un nuovo impianto di raffinazione della Total. L’impresa aveva così importato numerosi tecnici ed altra manodopera straniera, in buona parte italiana. I media e i sindacati, con un aiuto ispiratore persino di Gordon Brown, montarono una violenta protesta, basata su slogan come ‘British jobs for british workers’. Agli albori della crisi finanziaria e occupazionale tutti si dimenticarono in un baleno del ‘metodo Wimbledon’: fornire il campo in madrepatria, in modo da attirare mercati ed investimenti stranieri e far crescere l’economia. Il Regno Unito ha creato un fronte compatto contro gli ‘usurpatori’ del patrimonio nazionale e si è aperto un vulnus mai rimarginato. Nonostante la crisi avrebbe dovuto stringere tra i lavoratori un patto di solidarietà che supera ogni confine territoriale e nazionale. Invece ha trionfato il neolocalismo. Se prima della globalizzazione vi erano mercati chiusi che non rispondevano ad esigenze del liberismo, con l’avvento dell’economia di mercato ha vinto, forse inaspettatamente, un sentimento che percorre un binario parallelo, in economia ed in politica, un’ideologia protezionista ed esclusivista. Ha vinto il conservatorismo xenofobo, il localismo nazionalista ed una cultura della sopravvivenza a scapito dell’altro. La globalizzazione ha acutizzato la guerra tra poveri, ha messo gli uni contro gli altri i lavoratori, con la colpevole complicità dei partiti che rivendicano la difesa di questo gruppo sociale ma difendono solo interessi particolari. Oggi ne è massimo esempio di attualità la crisi del sistema di produzione automobilistico italiano. La Fiat, per bocca del suo amministratore delegato, ha annunciato la volontà di de-localizzare la produzione, perché le condizioni di mercato italiane non sono più favorevoli. Verrebbe da aggiungere che non lo sono quasi mai state, siccome i brevi spiragli di incoraggiamento alla PMI ed all’industria in genere sono stati immediatamente soffocati dalla politica assistenzialista, tanto di moda nel nostro Paese. Tuttavia oggi le condizioni sono diverse, ciò che la Polonia o la Serbia offrono alla Fiat non sono maggiori agevolazioni fiscali come in Svizzera, si tratta semplicemente del fenomeno di sfruttamento asiatico traslato a livello (est)europeo. La manodopera low cost, era facile prevederlo, avrebbe fatto gola all’industria italiana affossata dalla crisi e così è stato. La Polonia offre operai a produttività maggiore e con minori costi, disposti a sacrificare parte dei loro diritti sindacali e sociali per una vita forse più dignitosa. Il progresso civile soffre la concorrenza dei sistemi meno evoluti in questo senso, ostaggi di un mercato globalizzato in mano a chi non rispetta tutte le regole del gioco. Dunque pensiamo poi ad un rilancio del sistema basato anche sul terziario. L’Italia possiede uno dei maggiori patrimoni artistici e paesaggistici del mondo spesso abbandonati all’incuria come dimostra il crollo di Pompei. Uno stabilimento Fiat si può spostare in Serbia, un panorama o un monumento, no. Facciamone un punto di forza. Il neolocalismo ha innescato una lotta per mantenere sul territorio imprese e addirittura banche. Sindaci e amministratori si battono per la difesa dei ‘loro’ lavoratori. Il futuro del capitalismo è la diffidenza dall’impresa straniera, la xenofobia economica? La guerra dei territori è alquanto surreale in un sistema liberista controllato, ma è a questo che ci ha condotti la crisi internazionale. Sapremo superare il neolocalismo?