Alberto Benzoni
Fini ama pensare ad una destra europea. Dove i parricidi e/o matricidi politici, (per quanto traumatici, vedi la caduta della Thatcher agli inizi degli anni novanta), non determinano fratture definitive e non ostacolano quindi la rapida ricomposizione dello schieramento.
Ma questa ricomposizione qui da noi non avviene. E non solo perché Berlusconi e i suoi pasdaran parlano di “tradimento”, equiparando il Presidente della Camera a Galeazzo Ciano e una normale vicenda politica ad una congiura di palazzo; evocando così automaticamente il 25 luglio. Ma anche, e soprattutto, perché il Nostro “rifiuta il verdetto”; per andare ad uno scontro in cui si giuoca tutto; e in contrapposizione totale con il suo antico alleato.
In questo quadro non siamo ancora al 25 luglio. Perché il Capo di turno non è stato ancora defenestrato. Mentre, per converso, siamo già all’8 settembre; il momento del crollo delle illusioni. Gli “utilizzatori finali”del voto del Gran consiglio, quelli di Villa Savoia, avevano pensato di riuscire in una serie di acrobatiche operazioni di transito - dalla dittatura alla libertà, dalla guerra alla pace e/o dal campo tedesco a quello alleato, rimanendo in sella, tenendo a bada fascisti e tedeschi e, nel contempo, tenendo lontani gli antifascisti. Una linea suicida per cui il popolo italiano pagherà un prezzo terribile.
I, diciamo così, “traditori del XXI secolo” sanno invece benissimo e da subito che cosa li attende. Non certo un centro-destra senza il Cavaliere ma, al contrario, uno scontro politico durissimo con il “sistema berlusconiano”, in cui la destra Pdl-Lega è l’avversario e il centro-sinistra un possibile cobelligerante. Uno scontro che non è accompagnato da scenari drammatici e sanguinosi di guerra esterna e di conflitto civile; ma anche uno scontro in cui, a differenza di allora, l’esito finale non è affatto scontato. Perché, a differenza di allora, non esistono gli eserciti alleati suscettibili di garantire, in ogni caso, la sconfitta dei cattivi.
Conterà dunque la disposizione delle forze sul piano interno. E, più esattamente, il grado di intesa che saprà raggiungere l’articolato fronte antiberlusconiano: da Fini a Vendola. E, allora, la data di riferimento del nostro calendario non è l’aprile del ’45 ma quello del ’44; l’epoca della svolta di Salerno, quella che portò ad accantonare il conflitto tra rivoluzionari e conservatori in nome dell’impegno contro il comune nemico. Allora, una rivoluzione copernicana; radicalmente contestata da quanti avevano in mente la rivoluzione o, quanto meno, un radicale cambiamento della società.
Oggi non c’è nessuna palingenesi alle porte. E nessuno contesta l’esigenza primaria di sconfiggere l’asse Berlusconi-Lega. Sorprende, allora, che Bersani e i suoi non facciano nulla per costruire - nella misura del possibile - un’intesa che pure affermano come necessaria. E sorprende ancor più, se vogliamo, la pochezza e la totale contraddittorietà degli argomenti dei loro avversari interni: quelli che, da una parte difendono il mito bipolarista negando la legittimità politica e morale dell’esistenza del centro e auspicando coerentemente (vedi Salvati) che Berlusconi - il teorico e il gestore di questo sistema - possa governare sino al 2013. E dall’altra quelli, come Renzi e Vendola, che affermano che la sinistra può vincere da sola, qui ed oggi; salvo ad aggiungere, con lo stesso fiato, che prima deve rottamare le sue idee, i suoi partiti e i suoi dirigenti.