“Quella di Pisapia è stata un’ottima candidatura per vincere le primarie, temo che non sarà quella giusta per battere la Moratti”.
Così Riccardo Nencini ha commentato a caldo il risultato delle primarie. L’esito delle consultazioni per trovare un candidato comune della coalizione di centrosinistra ha riservato una sorpresa poco gradita per chi, come i socialisti e il Pd, avevano invece puntato su un altro nome, quello dell’architetto Boeri. La questione potrebbe anche travalicare i confini cittadini e diventare uno dei temi cruciali del dibattito all’interno del centrosinistra.
“Ha vinto una personalità di sicuro prestigio, un vero garantista, - ha detto ancora il segretario del Psi - espressione della sinistra radicale, anche se libertaria, e che come tale continua ad essere identificata. La stessa presenza a Milano di Nichi Vendola al suo fianco, ha accentuato questo profilo e invece l’esperienza ci insegna che la sinistra ha vinto a Milano quando ha proposto candidati figli della tradizione e della cultura riformista. Quanto avvenuto dimostra che queste primarie ‘all’italiana’ meriterebbero di essere archiviate al più presto o per lo meno di essere oggetto di una seria riflessione. Anche alla luce di un’affluenza molto modesta, costituita per lo più di militanti che non rappresentano affatto l’elettorato nel suo insieme, si rafforza infatti l’impressione di consultazioni che ormai servono a regolare i conti all’interno del centrosinistra e non a scegliere la candidatura migliore per un’alternativa vincente al centrodestra”.
Nessuno si nasconde infatti che lo scenario prossimo venturo potrebbe vedere lo stesso Vendola candidato nelle ventuali primarie di coalizione per la corsa per Palazzo Chigi se la situazione politica attuale avesse come sbocco – peraltro assai probabile – quello delle elezioni anticipate. Il guaio è che la vittoria alle primarie non necessariamente corrisponde, anzi probabilmente non corrisponde affatto, alle preferenze dell’elettorato dei partiti della coalizione e tantomeno di quell’elettorato in libera uscita in seguito alla fine del berlusconismo.
Il meccanismo delle primarie infatti è ritagliato su misura proprio per il ‘berlusconismo’ inteso come processo di affermazione politica basato soprattutto sul primato dell’immagine personale a discapito del radicamento tradizionale e territoriale, insomma del leader sopra e oltre i partiti, della potenza del virtuale a discapito del reale. Non a caso piaceva a Veltroni.
Così nel centrosinistra un gruppo di militanti ben organizzati può spuntarla imponendo un leader accattivante, ma politicamente marginale solo perché gli elettori, quelli veri, semplicemente se ne fregano delle primarie. D’altra parte hanno perfettamente ragione perché questo strumento che può funzionare all’interno di un partito, come avviene in Israele, per eleggere il proprio leader, o negli Stati Uniti, dov’è regolato per legge e non affidato all’improvvisazione di un partito in un contesto storico affatto diverso, mentre in Italia è nato solo per consacrare a priori un candidato premier che non aveva partito, Romano Prodi.
Il fatto è che le primarie servono solo a decretare la fine dei partiti così come sono stati intesi nella storia dell’Italia perché evidentemente nessuno ha più fiducia nel meccanismo, quello sì davvero democratico e trasparente, dei congressi, delle sezioni, degli iscritti sostituiti da organismi ‘liquidi’, opachi nei processi decisionali, preda delle mode del momento se non peggio di chi ha grandi finanze da investire.