Avanti della domenica

Articoli N. 17 del 6 giugno 2010

Assolto dopo 17 anni
Antonio Landolfi – Rino Formica e il nodo della giustizia
venerdì 4 giugno 2010

Si è conclusa nei giorni scorsi la vicenda giudiziaria di Rino Formica, durata un tempo interminabile. Una vicenda come poche altre di chiara natura kafkiana, assurda come un racconto esistenzialista di Sartre, con un impianto accusatorio senza capo né coda. Rino Formica ha trascorso diciassette anni con la pazienza di un Giobbe contemporaneo ad aspettare che il treno della giustizia nostrana arrivasse alla sua destinazione finale, che tante volte deve essergli apparsa come un miraggio, come un luogo soltanto nominale. Un processo che ha proceduto a passo di tartaruga, che non ha fruito di prescrizioni, di scorciatoie, di accelerazioni che evitassero quella denegazione della giustizia di cui la lunghezza dei procedimenti è una delle cause determinanti.
L’unica cosa rapida di questa vicenda giudiziaria è stata semmai la rapidità con cui dei magistrati che l’hanno incardinata sono ascesi all’apice della carriera politica, da essi iniziata con la toga sulle spalle e subito concretizzata con l’ingresso in Parlamento. L’esercizio dell’azione penale, si potrebbe osservare, rappresenta un training ideologico che dischiude a chi lo pratica la strada della partecipazione ai destini politici del nostro Paese. Specie nel Mezzogiorno, dove i magistrati di tangentopoli – come Rino Formica, prestigioso meridionalista ben sa – hanno preso il posto dei prefetti giolittiani e poi dei funzionari del regime del ventennio. Gli uni come gli altri si sono dati molto da fare nel tentativo di neutralizzare chi nel Meridione la democrazia l’ha fatta camminare. Come sosteneva in una pagina indimenticabile il protagonista di Fontamara, la giustizia era e resta la questione fondamentale.
Come Formica ci può confermare, per averlo fatto con il suo comportamento esemplare nella sua vicenda processuale, dal suo voto a favore alla richiesta di autorizzazione a procedere alla pazienza con cui ha vissuto tutto l’iter giudiziario, il problema della riforma della giustizia occupa le cronache politiche, accende quotidianamente i riflettori dei mass media, ma le iniziative per una riforma organica e strutturale del sistema giudiziario non solo non arrivano in porto, ma nemmeno partono.
Nei diciassette anni in cui è durato questo processo, il centrosinistra ha governato per otto e il centrodestra per nove. I governi, tutti i governi, sono stati inadempienti in materia di giustizia. In particolar modo nella riforma del codice di procedura penale del 1989, da cui è entrata in vigore, come notò giustamente un grande avvocato e parlamentare socialista come Agostino Viviani, rendeva evidente in modo clamoroso l’assenza della separazione dei poteri, che veniva invece acriticamente mutuata dal codice Rocco. Ma soprattutto l’inadempimento divenne clamoroso dopo l’intervento del Parlamento europeo nel 1997 con il quale si ribadiva che fondamento di ogni sistema democratico è la garanzia di un assetto giuridico basato sul principio del giusto processo. Principio che si realizza attraverso la terzietà del giudicante imperniata sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Al seguito di quella risoluzione del PE, tutti i Paesi dell’Ue sono risultati in linea con essa, a cominciare da quelli provenienti da una storia totalitaria, eccetto l’Italia. A tale inadempienza fino ad oggi nessuno a posto mano se non a parole, né a destra né a sinistra.
Il nodo com’è noto è quello della consequenziale divisione del Consiglio superiore della magistratura. Anche se neppure questo dovrebbe costituire un ostacolo insuperabile. Un giurista come Vittorio Emanuele Orlando, che cento anni fa ne volle la costituzione, avrebbe trovato la soluzione: quella, abbastanza logica, di due Csm, uno per ciascuna delle due carriere, una volta separate, facenti capo ad un’unica presidenza. Quella che già la Costituzione prevede, del Capo dello Stato.