Avanti della domenica

Articoli N. 17 del 6 giugno 2010

(Sintesi della relazione di apertura del segretario Riccardo Nencini, al CN del 29 maggio 2010)
Riccardo Nencini - Un patto fondativo per il Psi Un progetto per l’Italia
venerdì 4 giugno 2010

“La domanda che dobbiamo porci davvero non è se questo partito può continuare a vivere, ma come cambiare per continuare a vivere”.
Così, all’inizio della relazione con cui ha aperto i lavori del Consiglio nazionale di sabato 29 maggio, il segretario del partito Riccardo Nencini, ha sintetizzato il tema di fondo che il Congresso deve affrontare.
Il Psi che dobbiamo immaginare deve essere sempre di più un “partito di militanza e di campagne pubbliche” perché “il partito di identità non ci basta più”.
D’altra parte tutti i partiti stanno affrontando i limiti delle singole identità politiche, rinunciando a nomi e simboli mentre “gli italiani stanno cominciando ad affezionarsi a questo sistema di voto, non al bipartitismo che non è mai nato”.
Intanto il Pd continua a manifestare un’ambiguità di fondo, mentre è destinato comunque a occupare un ruolo importante, ad essere alternativo, ma senza riuscire a schiodarsi dalle percentuali che ha raccolto perché vive l’ipotesi bipolarista, ma non quella del bipartitismo che ispirava anche la segreteria Veltroni.
“Se il Psi non esistesse e dovessi decidere a quale partito aderire, avrei fortissimi dubbi perché non vedo attorno a me nulla che assomiglia abbastanza agli ideali in cui ho sempre creduto” e “la somma di una storia non può essere ripiegata in nessuna delle forze politiche che sono nate dopo il 1992” anche questa diventa dunque una ragione importante perché continui a esistere il nostro partito, ma a delle condizioni”.
“L’Italia è cambiata. L’Eurispes ha recentemente illustrato con le sue ricerche come gli italiani non siano più disposti a farsi mettere la campanella al naso da una lettura troppo semplicistica e gioiosa della situazione. Questo però non porta ipso facto a un cambio di maggioranza”.
Perché questo avvenga deve esserci uno schieramento alternativo, con un leader e un programma.
Il ruolo per il Psi è in una cornice di 4 punti: sobrietà e rigore (campagna sulle indennità da proseguire); una coalizione coesa perché coesa significa credibile e competitiva; un progetto per legare e tenere assieme questa Italia; un leader che la rappresenti.
“Penso che il centrosinistra debba fare meno attenzione alle battaglie tradizionali che fa il sindacato e invece guardare di più al mondo dei lavoratori atipici, che debba guardare con più attenzione alle imprese artigiane, alle microimprese che proprio la settimana scorsa hanno riunito le loro rappresentanze dando vita a una rete che raccoglie oltre cinque milioni e mezzo di piccole aziende”. Tutto questo è legato a una proposta programmatica che è scritta nel documento congressuale.
Quanto alle prospettive strategiche delle alleanze, “la nostra opinione è che il centrosinistra da mettere in campo debba essere legato alla sinistra riformista, al mondo cattolico democratico ma non a partiti della sinistra radicale”.
Dentro questa alleanza i socialisti rappresentano una delle gambe su cui costruire un’ipotesi di lavoro convincente per gli italiani. Un’altra gamba, il Pd, non è più quello del suo progetto iniziale, né in termini numerici né di prospettiva politica e culturale. Oggi appartiene di più all’ispirazione socialdemocratica che non a quella del partito immaginato da Veltroni. L’area cattolica ha una posizione marginale e la mancata nascita del bipartitismo ha messo il Pd veltroniano nella condizione di non decollare più.
Intanto la crisi provocherà una radicalizzazione delle posizioni. Per questo “dobbiamo dire che la manovra era necessaria, che ha sbagliato Berlusconi a dire fino a ieri che non serviva alcuna correzione, che è una manovra iniqua, ma dobbiamo anche riunire il centrosinistra e non per aderire allo sciopero generale della Cgil senza dare prova di senso di  responsabilità, ma per emendarla, per fare delle proposte aggiuntive”.
“Siamo in presenza della somma di tre crisi: economica, di rappresentanza, di coesione. Ma tutto ciò non provoca necessariamente una sconfitta di questa maggioranza perché l’esperienza ci insegna che in questa situazione il Paese fa scelte moderate e che se il centrosinistra si presenta con posizioni radicali è destinata a non vincere mai”.
“Il nostro partito deve contribuire a preparare la vittoria del centrosinistra organizzando delle campagne tematiche, soprattutto sul lavoro e sui grandi temi della laicità. Deve prevedere la nascita di circoli dove possano partecipare anche i non iscritti, e continuare sulla strada delle ‘primarie delle idee’. “Dobbiamo mantenere la nostra autonomia nel centrosinistra incalzando il Pd a essere un partito socialdemocratico europeo. Dobbiamo riaprire le porte del partito, non solo a Roma, ma anche in periferia. Anzi prima in periferia e poi al centro”.
Ma la condizione essenziale è che vi sia una forte coesione tra di noi, una totale unità interna.
Quanto alle critiche sui risultati delle ultime regionali, dico che 14 consiglieri eletti è un risultato che non conviene a nessuno gettare via anche se sono stati eletti su tre posizioni differenti. “Ricordo a chi ha voluto che ci fosse l’autonomia del partito nelle regioni che poi non può dire che alcuni di quegli eletti sono figli bastardi di qualcun altro” altrimenti si “cambia lo statuto e si scrive che il partito dal centro stabilisce l’orientamento in tutte le elezioni. Non possiamo dimenticare ciò che è stato deciso al congresso di Montecatini due anni fa” e “ricordo che nel frattempo non ho ascoltato voci di dissenso su questo tema”.
Sono convinto che la nostra unità debba essere legata a un percorso politico e che “non possiamo farci condizionare da sempiterni maestri, compagni a cui chiedi 50 euro di finanziamento al partito e che poi alla cena non vengono perché dicono che hanno la gastrite”. Invece “se abbiamo riaperto Mondoperaio, l’Avanti! della domenica, la Fondazione socialista, l’abbiamo fatto perché c’è chi è tornato a dare una mano e a questi dobbiamo dire grazie e aprire veramente le porte del partito”.
La mia idea è che “linea condivisa e unità siano le condizioni – uso il concetto espresso da Alberto Benzoni - per un ‘patto fondativo’ che rilanci il socialismo riformista e faccia vivere all’Italia una nuova stagione di progresso e di giustizia sociale”.