Avanti della domenica

N. 35 del 14 novembre 2010

Antonio Ghirelli - La nostra storia è la nostra forza
mercoledì 10 novembre 2010

Antonio Ghirelli

Non è per presunzione né per spirito di parte che riteniamo fondamentale la presenza del Partito socialista, nonostante la sua attuale debolezza, - frutto della feroce epurazione condotta da una minoranza della magistratura con l’operazione Mani pulite - e la difficilissima ricerca di una certa visibilità in un Paese nel quale regna la dittatura della televisione berlusconiana.
Il Partito socialista, nella sua storia lunga più di un secolo, è rimasto sempre fedele aui principi riformisti, nonostante le scissioni da cui è stato dilaniato, sulla sinistra come sulla destra, ed ha realizzato mutamenti profondi nella società italiana attraverso due gloriosi periodi storici: il primo ventennio a cavallo dell’inizio del Novecento e i primi trent’anni della Prima Repubblica. E basterebbero le riforme di quel trentennio e il rivoluzionaruio evento dell’emancipazione femminile a dimostrarlo.
Ma la verità che non dobbiamo stancarci di richiamare, nonostante il silenzio sceso parzialmente e deliberatamente su di noi, che anche oggi e anche in Italia noi possiamo avanzare una proposta politica che nessun altra forza può sostenere in piena coerenza. Perché solo il partito socialista e il movimento che lo ha espresso, e continua nonostante tutto ad esprimere, può giustificare in nome del pincipio fondamentale su cui siamo sorti e continuiamo a combattere: il principio della solidarietà.
Non una solidarietà fondata, come il cristianesimo - pure altissima testimonianza della nostra storia – su un’ipotesi ultraterrena, ma una pratica quotidiana, culturale, universale di intervento nel corpo della società in nome della dignità della persona e dell’eguaglianza di diritti e doveri, della libertà.
Questa pratica quotidiana non patisce eccezioni ma non può nemmeno prescindere dalle condizioni reali del contesto nel quale ci troviamo ad operare. La fine della Guerra fredda, la sconfitta di tutte le ideologie astratte come il comunismo, ma soprattutto l’avvento della tecnica informatica e dell’enorme mutazione che essa ha prodotto nel modo di produrre, di pensare, di comunicare, di affrontare le malattie e la vecchiaia, hanno prodotto prospettive affascinanti ma inedite nell’organizzazione della società.
Le soluzioni tentate e realizzate negli ultimi 200 anni, diciamo dalla rivoluzione francese in poi, non sono più utilizzabili, anche se restano validi i principi fondamentali grazie ai quali del resto la grandiosa mutazione si è prodotta.
È alla luce di queste considerazioni che si spiega come in alcuni Paesi, e tra i più importanti e ben governati del mondo, come gli Stati Uniti, la Germania, la Cina, il Brasile, si stia facendo strada l’ipotesi di unità nazionale di tutte le forze politiche estranee all’estremismo di destra e di sinistra. Unità, beninteso, del tutto provvisoria, cioè limitata nel tempo e nelle circostanze e tale da non esigere l’abbandono dei principi fondamentali, ma anche da non giustificare né l’intransigenza assoluta, né il cinismo del successo a tutti i costi. Forse l’atteggiamento di alcuni sindacati riformisti come quelli italiani, la Cisl, la Uil e magari anche la Cgil della compagna Camusso, può aiutarci a capire fin dove si può arrivare e quanti sacrifici bisogna sopportare, ma anche imporre alla controparte, badando però a non infierire sulla parte più debole della comunità nonché a non inaridire, per contro, le fonti dell’attività produttiva.
È un orientamento faticosissimo, che può anche prestare il fianco ad accuse di opportunismo e di debolezza, ma ogni altra scelta (come dimostra il centrodestra di Berlusconi o il ricordo del malinconico centrosinistra di Prodi) può essere esiziale, prima per i lavoratorui e poi per l’ordine pubblico e per il Paese.