Avanti della domenica

N. 34 del 7 novembre 2010

Rileggiamo Kant per analizzare il quasi ventennio berlusconiano e i vizi della società italiana
Leonardo Scimmi - Per favore dateci una Kultur che si rispetti
giovedì 4 novembre 2010

Leonardo Scimmi

Risale a Kant la distinzione fra i due termini, Zivilisation e Kultur, in senso antropologico, legata alla maniera di vivere di una società la prima e ad un imperativo categorico, morale, la seconda.
Il ventennio berlusconiano non è ancora terminato, ma già fioriscono le biografie, i saggi, le analisi di un regno incontrastato in termini di visibilità e modelli.
Editori e scrittori sono alle prese con la critica ad una Kultur italiana non ancora del tutto sviluppata, geneticamente berlusconiana, ad un DNA ipocritamente cattolico, pericolosamente familistico, intimamente antidemocratico e perennemente attratto dall’uomo forte.
Sulla scia dei moralisti italoamericani quali Barzini e Prezzolini anche Severgnini redige una critica analitica della Kultur e della Zivilisation italiana, specie negli ultimi anni, tenuto conto di una tradizione e di una società che più o meno presenta le medesime caratteristiche dai tempi, appunto, dei citati illustri scrittori emigrati in America e forse prima ancora.
Rinvenire nel carattere degli italiani fenomeni di machismo, di ipocrisia, di tradizionalismo familista è realistico e veritiero (ma non lascia speranza a questa povera Italia): è conservatore.
Invocare una rivoluzione culturale, un capovolgimento dei valori, un passaggio dalle veline, dallo spettacolo mediatico dei mostri, dal circo mediatico giudiziario ai valori della serietà, del senso civico, dell’etica, della solidarietà, del lavoro e dell’apertura è, invece, assolutamente progressista.
Un passaggio dalla Zivilisation alla Kultur.
Non si tratta di invocare la noia o la pesantezza di interminabili discussioni antimoderne, si tratta di “sbattere” in prima pagina i problemi reali del Paese, sollecitare l’interesse dei lettori a temi importanti per il Paese e non indulgere sull’ignobile sfruttamento dei sentimenti, delle paure, delle curiosità inconfessate di un popolo non ancora pienamente uscito dalla Controriforma.
Appare difficile in un’epoca di dispersione culturale, di specializzazione alienante e di corsa al ribasso dei valori, invertire la rotta e riprendere la strada verso quella Kultur che pone al centro dell’agire dell’Uomo la morale, l’imperativo categorico rilevato da Kant e ben più forte di qualsivoglia legge dello Stato; ma è l’unica speranza che abbiamo.