Norberto Fragiacomo
Silvio Berlusconi è maestro insuperato nell’arte di costruire miti, cui le masse finiscono per prestar fede. Grazie all’esperienza di uomo di spettacolo, è capace di “leggere” il suo pubblico e di proporre narrazioni su misura: sa bene che, se per galvanizzare i poveri di spirito è sufficiente mischiare promesse miracolistiche e “amore”, per accattivarsi persone con un minimo di cultura deve ricorrere ad argomenti più sofisticati. E cosa c’è di più suggestivo di un’ipotesi di complotto?
Detto fatto. Personaggi vicini al premier ed intellettuali d’area hanno contribuito a diffondere la leggenda di una congiura internazionale dei poteri forti contro Supersilvio e l’Italia. Il movente? Sarebbe chiaro: dopo anni di asservimento a Washington ed alle lobby, l’Italia azzurra sta sviluppando una politica estera indipendente, che dà fastidio ai manovratori d’oltreoceano.
E’ inutile ribattere ai complottisti che i fatti descrivono una realtà del tutto diversa e che, conoscendo Berlusconi e la sua biografia di uomo d’affari, gli scambi di cortesie con Vladimir Putin e Gheddafi sono dettati, con ogni verosimiglianza, da privatissimi interessi. Per più di qualcuno, il nostro premier è già diventato il nuovo Mattei.
Ora, definire Berlusconi uno statista, od un avversario del capitalismo internazionale equivale a raccontare una barzelletta. Eppure non è raro ascoltare da persone anche brillanti la litania del premier perseguitato.
Demenza di massa? C’è una spiegazione più semplice, ma non meno inquietante. E’ possibile, anzi probabile, che Berlusconi sia inviso al Gotha economico internazionale – ma per ragioni che nulla hanno a che fare con una sua presunta, e mai dimostrata (in sedici anni!), lungimiranza politica.
Ciò che nuoce al Presidente del Consiglio è l’imprevedibilità, l’incapacità di piegarsi a logiche condivise che non siano le sue. Berlusconi svela quotidianamente, senza che gli importi delle conseguenze, la finzione che sta alla base della democrazia contemporanea. Non è prudente affermare che il figlio dell’operaio deve seguire le orme del padre; è inopportuna la scelta di non delegare il “governo” della cosa pubblica a figure più neutre e presentabili. Inquieta soprattutto che Berlusconi abbia assunto il ruolo di primadonna, perché la sua azione suscita clamori, risentimenti, tensioni. Insomma, Silvio Berlusconi rappresenta un rischio, o perlomeno un fastidio, per chi intende la crisi come un’occasione irripetibile per riportare l’Occidente ad una situazione pre-welfare. L’operazione va condotta a termine col massimo garbo, onde evitare un’ondata di proteste: bisogna convincere il povero diavolo che “non c’è alternativa” (Thatcher docet), e intanto tagliare le protezioni sociali, senza innalzare di un euro le tasse all’elite economica. Servono all’uopo primi ministri giovani, sempre con il sorriso e la democrazia sulle labbra: serve un Cameron che, in Gran Bretagna, esclami no pain no gain (senza fatica non c’è risultato) per chi sta sotto, mentre programma il licenziamento di mezzo milione di lavoratori e il gtaglio delle protezioni sociali.
Berlusconi e Sarkozy, che pure perseguono i medesimi obiettivi, seminano invece troppe polemiche: meglio perciò che si facciano da parte.
Insomma, al di là delle apparenze e della forma, che in questo caso non è sostanza, Cameron e Berlusconi sono fratelli nel Capitale; e Montezemolo, che qualcuno vorrebbe al posto dell’attuale premier, appartiene alla stessa famiglia. E’ vano illudersi: anche con lui in sella, contratti collettivi, Statuto dei lavoratori, sanità, scuola pubblica e pensioni non resterebbero nel mirino.
Occorre proporre un altro modello di società, non basta sostituire gli uomini.