Alessandro Russo
Quando spesso sentiamo usare il termine precario per individuare un lavoratore, erroneamente lo identifichiamo con un giovane, probabilmente inserito da poco tempo nel mondo del lavoro.
Niente di più sbagliato. Si direbbe che la crisi ci stia abituando ai suoi innumerevoli volti. Infatti, grazie ad uno studio della Cisl, possiamo osservare come ora vengano coinvolti sempre più spesso i lavoratori a tempo indeterminato, soprattutto ‘colletti bianchi’.
E anche la crisi nelle aziende muta di intensità, tanto che aumentano le richieste di cassa integrazione straordinaria e quella in deroga, introdotta per aiutare i lavoratori non tutelati in caso di perdita del lavoro.
Come nella realtà del commercio, per fare un esempio, dove la cassa integrazione ordinaria e straordinaria è prevista sopra i duecento dipendenti, in un settore, però, che vede la maggior parte delle aziende sotto quella soglia.
Ecco, allora, che la ricerca della Cisl tenta di aprire gli occhi a tutti quelli che pensano che il lavoro debba restare la vera priorità del nostro paese.
In un certo senso si avverte il timore che, l’elevata richiesta di cassa in deroga, lasci poche vie di uscita ad imprese e lavoratori, e la crisi si presenti sempre più come un dato irreversibile della stagnazione economica.
Così la debolezza della ripresa dell’economia, non solo contrae eccessivamente i consumi, ma coinvolge anche i lavoratori a tempo indeterminato, destinati ad affrontare un ulteriore squilibrio sociale. Quello di diventare i nuovi precari, ai quali, per la prima volta, si prospetta il problema della futura pensione.
Se difatti un lavoratore atipico da anni sconta redditi bassi e periodi contributivi discontinui, insufficienti per avere una pensione dignitosa, i lavoratori a tempo indeterminato hanno una contribuzione ininterrotta e, negli anni, hanno beneficiato di scatti di anzianità e di passaggi di ruolo, con adeguamento retributivo. Lo svantaggio, in questa forte recessione, è quello di essere quasi sempre sopra i quaranta anni e con una specializzazione specifica in un ambito lavorativo.
Costretti quindi a prevedere un reinserimento a tempo determinato per lunghi periodi, vedrebbero vanificato il loro percorso, non solo lavorativo, ma soprattutto, quello professionale e culturale. E senza parlare dei nuovi, e più bassi, livelli retributivi che li attendono.
Possiamo certamente prevedere che questo influenzerà negativamente la costruzione della posizione pensionistica, visto che si arriverà al meritato riposo con il sistema contributivo. E gli stop and go, nel mondo del lavoro, si pagheranno cari proprio nel periodo in cui ci si dovrebbe riposare dopo anni di sacrifici.
Così, nel ricordo della marcia dei 40mila della Fiat degli anni ottanta, ci si accorge che proprio il ceto medio è quello che sta scivolando in una zona grigia. Quella che comprende coloro che si sono impoveriti durante la crisi.
Leggere fra le righe dei giornali, è oggi un esercizio interpretativo molto complicato. Dietro ai numeri della crisi e le incertezze sancite dai piani aziendali, compresi gli studi ai tagli del personale e ristrutturazioni sull’organizzazione del lavoro, esistono donne e uomini altamente specializzati, capaci di silenziose privazioni e di grande impegno personale.
Uno sguardo attento andrebbe rivolto, in questo senso, al settore bancario, attraversato da inquietudini e tagli al personale (Banco Popolare ndr) scaricati ancora una volta su una forza lavoro che di nessuna colpa si è macchiata, se non quella di non aver contribuito alla genesi della crisi.
Un dubbio sorge e si insinua come un tarlo che consuma il legno e ci dovrebbe costringere a riflettere su una verità che pochi vogliono vedere, e che si fa fatica ad accettare. Non sarà che gli impiegati di questo settore pagheranno il riassetto dei conti, la patrimonializzazione e il dividendo che dovrà essere versato ad azionisti alquanto inquieti?