Angelo Sollazzo
Nel dibattito politico di queste settimane, ci si richiama spesso alla sovranità popolare, alla rappresentanza di popoli e di interessi, alle qualità delle rappresentanze.
In ogni Paese democratico la rappresentanza popolare e la conseguente gestione del potere per conto dei rappresentati, si basa su regole fondamentali ed elementari. Una testa un voto, il cittadino sceglie il proprio rappresentante.
Partendo dalla nascita della Repubblica, i Costituenti vollero consentire realmente a tutti i cittadini di poter scegliere liberamente i propri governanti, e permettere ogni tipo di manifestazione del dissenso, in ambito parlamentare, con un diritto di tribuna consentito anche ai partiti minori e spesso antagonisti.
Questo prevedeva e permetteva il proporzionale ‘puro’ vigente fino agli inizi degli anni novanta. Poi sono iniziati i mal di pancia dovuti alle rissosità delle società politiche dell’epoca, si badi bene non alla legge elettorale, bensì ad un modo di intendere il dibattito politico, intriso di interessi e personalismi.
C’è da chiedersi se non conveniva correre comunque i rischi di quelle stagioni politiche od assistere al degrado ed alla negazione della stessa politica come avviene oggi.
Le questioni morali di vario tipo, la corruzione venute alla luce, portarono tutti ad interrogarsi sulla necessità di una riforma del sistema.
In primo luogo un referendum spazzò via la possibilità delle multi-preferenze, in seguito si cambiò totalmente sistema attraverso una legge non ben meditata ed approvata sull’onda di tangentopoli.
In quegli anni venne eletto il peggiore e più irriconoscente Presidente dalla Repubblica, Oscar Scalfaro; venne votata la peggiore legge elettorale e salì alla ribalta Mariotto Segni, un personaggio perseguitato dalla fama della sfortuna.
Certo Segni di guai ne combinò parecchi. Disastri nel Partito Popolare, ex-DC, che sparì dalla scena politica; stessi risultati con il suo Patto dei Democratici, per non parlare dell’Elefantino, alleanza con il partito di Fini, che terminò la sua esistenza rovinosamente.
Arriviamo allora al cosiddetto maggioritario. Piccoli collegi, candidati unici e quindi senza preferenza. Per vincere il seggio i partiti erano costretti ad associarsi. Chi sceglieva il candidato vincente? La solita oligarchia dei capi-partito che assecondavano i propri adulatori. Nessuna consultazione dal basso, della base di partito o di quella elettorale. Un sistema peggiore del precedente. In quella circostanza si evitò accuratamente di prevedere per legge le primarie e quindi di dare potere di scelta ai cittadini. Arriviamo ai nostri giorni con il “Porcellum” di Calderoli.
Si ritorna al proporzionale e si inseriscono una serie di sbarramenti che non consentono alle minoranze ed ai gruppi alternativi alcun diritto di tribuna, né di poter in qualche modo, esercitare una propria azione politica. Tutto ciò avviene per garantire la cosiddetta governabilità. Risultato raggiunto? Manco per niente.
Lo spettacolo indecoroso degli ultimi anni sta a dimostrare che la legge Calderoli è un totale disastro, con la litigiosità politica alle stelle, con veti e ricatti inauditi, con la compravendita dei parlamentari e con la fine di ogni necessario dialogo tra maggioranze e minoranze. La parte scandalosa delle legge prevede la nomina dei parlamentari in luogo della loro elezione popolare.
Il caudillo di turno, ovvero il capo partito, può stilare a proprio piacimento, l’elenco dei candidati e posizionarli nella lista a seconda del proprio gradimento personale. Gli eletti dipendono dall’ordine numerico in lista e dai seggi conseguiti dal partito.
Altro che nani e ballerine, si ritrovano in Parlamento mogli ed amanti, mafiosi e faccendieri, insomma c’è di tutto e per ogni gusto. Una volta si diceva che la politica la facevano i migliori. Oggi si può dire la stessa cosa? Eliminati gli ideali, vincere un seggio è come partecipare ad un concorso con pochi concorrenti, una forte raccomandazione e un lauto stipendio finale. Ma quello che è più grave è la distruzione delle culture politiche.
In tutta Europa vi sono nei partiti dei riferimenti ideali, filosofici e scientifici. La sinistra è una cosa, la destra un’altra. Il progresso è diverso dalla conservazione. Insomma si può essere socialisti o comunisti, cattolici-democratici o liberali, conservatori e liberisti, democratici od autoritari, ma non si comprende la nascita di sigle e movimenti senza anima e cuore, senza ideali e senza riferimenti storici. Senza memoria non si ha il presente e senza presente non si ha il futuro.
Cosa significano il Popolo della libertà, l’Italia dei Valori, La Lega Nord ed altro ancora?
Da qualche anno attraverso i sondaggi sappiamo che oltre l’80% degli italiani vogliono tornare ad esprimere le preferenze e a scegliere chi li rappresenta. Eletti e non nominati. Da ogni parte si fa finta di ignorare questo dato. Ci si sbrodola sulle positività di questo o quel sistema. Certo quello tedesco è più vicino al sentire popolare e per il quale vale la pena spendersi politicamente. Sicuramente vi è problema di governabilità, di possibile interferenza della malavita nella ricerca delle preferenze. Ma si può rinunciare alla vera democrazia solo per ombre che potrebbero, e non necessariamente, materializzarsi? La democrazia è tale se un popolo sceglie e per scegliere è necessario il proporzionale.
Diversamente bisogna avere il coraggio di codificare per legge le primarie. Non si può, però, credere che in tal modo le questioni di cui sopra verrebbero risolte.
Dall’estero ci dovrebbe stuzzicare la fantasia il sistema della sfiducia costruttiva, e cioè un Governo non può cadere senza che ve ne sia un altro con la maggioranza definita e sottoscritta. I parlamentari rispondono al programma presentato e con il cambio di casacca perdono il seggio. Qui in Italia ci vorrebbe una riforma costituzionale.
Insomma si parla tanto di riforma elettorale, ma viene il dubbio che nessuno abbia interesse a farla.