Luca Cefisi
Grande vittoria in Brasile di Dilma Rousseff: la sinistra di governo di Lula prosegue il percorso, ha una sua seconda generazione. Battuto l’avversario socialdemocratico (in Brasile vuol dire un moderato di centro), il Partito dei lavoratori brasiliano marca definitivamente una stagione lunga e storica di sviluppo democratico, economico, sociale.
Stiamo parlando di una delle future potenze mondiali, grande per risorse, per popolazione, per capitale umano. Un paese funestato da grandi diseguaglianze e povertà, ma non sono queste la cifra con cui leggere quella grande realtà. Identificare il Brasile con le favelas sarebbe come, su scala molto più piccola, leggere l’Italia degli anni 50, cioè una nazione che esplodeva nello sviluppo, soltanto come quella degli Sciuscià e dei Totò dei bassi napoletani. Per questo, l’esperienza di Lula è davvero un’esperienza riformista. Non si è trattato, infatti, di inventarsi chissà quale nuovo modello rivoluzionario, al contrario, Lula, che certo è, nella sua storia personale, il delegato sindacale e il difensore dei “senza terra”, è stato votato da ampie fasce di borghesia e di ceti dirigenti, anche tradizionali.
La chiave del successo di Lula, e ora della Rousseff, è infatti nella profonda consapevolezza dell’elettorato che il progresso economico del Brasile non sia affatto limitato o danneggiato dalla politiche sociali e anche redistributive; che mandare a scuola i “bambini di strada” è non solo più giusto, ma anche più conveniente se non si vuole più correre il rischio di ritrovarseli al semaforo, a vent’anni, pronti a spararti per prenderti l’orologio. Le pari opportunità e la giustizia sociale non sono quindi nella coscienza dei brasiliani una palla al piede dello sviluppo: è un Brasile più gentile, quello che ha scelto Lula, più civile e più colto.
Non ci convince dunque il giudizio del segretario del Prc Ferrero, che addita la vittoria della Rousseff come un nuovo vento di sinistra che spira dal Sudamerica sulle socialdemocrazie europee ormai arrese al neoliberismo. Ora, che al neoliberismo non occorra arrendersi, soprattutto perchè è un’ideologia che non mantiene le promesse, va benissimo, ma se il modello è la Rousseff, rimane sempre quello riformista: investimenti nella modernizzazione e nella cultura e distribuzione graduale di nuove opportunità. Diciamo, al massimo, che il Brasile ci conforta e ci rassicura. Quanto al vento del Sudamerica, è fatto di tante cose diverse, dall’eterno trasformismo dei peronisti argentini, ora di nuovo per una qualche giustizia sociale dopo esser stati liberisti fino a poco fa, al Cile che ha avuto un’alternanza a destra, a sperimentazioni che meritano interesse, come quella di Evo Morales in Bolivia, o suscitano quanto meno gravissime perplessità, come quella di Chavez in Venezuela.
Non è il caso di idealizzare le esperienze lontane, se mai, serve confrontarle con la nostra in maniera empirica. Non abbiamo mai molto creduto al Che Guevara, che era un’icona esigente e quanto meno eroica, crediamo che l’amica e compagna Rousseff sorriderebbe divertita se scoprisse che i comunisti italiani, alla ricerca di miti, l’hanno messa sul piedistallo. Un destino, la presidente Dilma, che non merita, anche perchè dovrà stare ben poco ferma, e scarpinare assai nel governo del suo meraviglioso Paese.