Luca Cefisi
Il caso Wikileaks sarà in futuro insegnato a scuola: è la storia di come Internet possa davvero essere un potente strumento di informazione e di contropotere. è il Watergate del 21° secolo, oppure il Gigante d’argilla, ricordate Humhprey Bogart: “è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente?”. Julian Assange è il nuovo eroe dell’informazione, anche se Assange non scrive articoli, lui raccoglie documenti.
La sua Wikileaks è un’organizzazione che raccoglie documenti di Stato o comunque non destinati alla pubblicazione, però di interesse pubblico, raccolti da fonti anonime ma sottoposti ad un vaglio scrupoloso. Poi vengono semplicemente messi online, a disposizione di chi voglia consultarli. Non è tutto così semplice, ormai Wikileaks raccoglie migliaia e migliaia di dati, e questo di per sé rende il tutto un po’ più difficile che sfogliare un quotidiano, ma i risultati sono sinora spettacolari. Così è la Rete, belli, e ormai che sono in rete, non potete farci niente.
Wikileaks si occupa di tutti e di tutto, ma è sulla guerra in Iraq che è riuscita a far scoppiare uno scandalo globale. Infatti è emersa l’esistenza, e ora è in parte esposta agli occhi di tutti, di una mole di documenti sulla guerra in Iraq che riportano cose che nessuno ha mai letto sul giornale; e grande dev’essere anche il numero di persone, funzionari civili e militari, che dovevano avere tutto questo sullo stomaco. Wikileaks ha raccolto quanto hanno voluto consegnare decine di anonimi colletti bianchi o grigioverdi, con un’azione sovversiva nel senso migliore del termine, una gigantesca alka-seltzer collettiva, contro un senso di nausea e di disgusto che tormentava in troppi da troppo tempo.
Governi e servizi di sicurezza hanno reagito con imbarazzo, sdegno, rabbia: ma alla fine, rimane valido quanto ammesso dal vicepremier britannico, il liberaldemocratico Nick Clegg, cioè che, per quanto disdicevole sia il modo con cui questi documenti, protetti a volte da segreto di Stato, a volte solo da considerazioni di opportunità e di “ragion di Stato”, siano stati pubblicati, ciò è niente di fronte ai loro contenuti.
Si tratta di assassinii mai confessati, di torture e violazioni dei diritti umani, di verità dimezzate nei bollettini e nelle versioni ufficiali che riemergono nella loro odiosa interezza. Qualcosa riguarda anche l’Italia: un rapporto americano racconta molto diversamente la brutta vicenda dell’ambulanza colpita dai militari italiani una certa notte del 2004 a Nassiryah; un altro fa sospettare che l’incidente in cui è morto un nostro sergente sia andato in maniera diversa da come raccontato ai poveri familiari.
Dopo il Vietnam, dove la stampa libera aveva più volte esposto verità scomode, si era corsi ai ripari: gli unici giornalisti ammessi sulla scena, in Iraq e in Afghanistan, erano quelli embedded (cioè quelli al seguito delle truppe, ammessi e controllati). Internet ha rimediato, per ora, a questa decadenza della libera stampa. Sicuramente, si cercheranno i modi di rendere anche Internet embedded. La libertà di navigare in rete è l’ultima frontiera della libertà di stampa, e qui, più che intorno alla televisione e alla carta stampata, si gioca oggi la partita tra controllori e controllati.