Alessandro Russo
Chissà perché ma tornano alla mente dei ricordi del nonno, mentre salgo la strada che un tempo portava alla casa di campagna.
è una giornata piena di sole e sembra di vederlo, seduto tranquillo, in una delle rare pause che il lavoro dei campi gli concedeva.
Torno in Sardegna dopo troppi anni, e anche questa terra che mi ha visto bambino, pare non riconoscermi.
L’isola sembra costretta dalla sua condizione geografica, posta in una prigione che impedisce ogni contatto con altri; anche i rapporti politici, economici o culturali mostrano una solitudine difficile da scardinare. Solitudine che si percepisce guardando i numeri imposti dalla crisi economica.
L’industria sarda ha perso 6000 posti di lavoro, 23mila tra il 2004 e il 2009. Solo l’edilizia, nel quinquennio, ha perso 15mila addetti.
Francesco è un operaio di un’azienda edilizia, disoccupato da un anno. Racconta di cavarsela con qualche lavoretto in nero, e anche la diocesi, spesso, lo aiuta. I parroci, in questo lembo di terra chiuso dalle montagne e dove il sapore del mare non arriva, cercano in ogni modo di tenere unita la comunità, coinvolgendo quanti ancora hanno un lavoro nella rete di solidarietà.
La macchina scorre solitaria per la strada statale, ingoiata dalla campagna e dalle rocce che spuntano in ordine sparso.
Francesco non ha molta voglia di parlare, anche perché afferma di non avere molto da dire. Lo ringrazio comunque per essersi offerto di accompagnarmi. L’appuntamento è fissato per il primo pomeriggio, in un paesino di poche anime, avvolto dal nulla e dal chiasso dei bambini.
Qui sono davvero lontani gli echi della protesta dei pastori sardi che, qualche giorno fa a Cagliari, si sono scontrati in piazza con le forze dell’ordine. Decisi a fare rispettare gli accordi presi dalla Regione e anche riportare l’attenzione sul prezzo del latte alla stalla. Che ormai costa quanto l’acqua.
“è l’indifferenza che uccide il nostro lavoro, le nostre aziende. Pensa che basterebbe solo intendersi sul prezzo del latte… sarebbe già qualcosa… ora è troppo basso…” dice Antonio M., pastore riconvertito all’industria.
Arriva puntuale, ancora nel suo vestito da lavoro. Un uomo dal passo deciso, capelli neri e ben tagliati. Fuma. Si passa la mano sui pantaloni e poi stringe la mia. Sorride.
“Se avessi ancora l’azienda sarei a Cagliari con gli altri… ma ora non conta più… lavoro in una ditta di trasporti, quattro dipendenti” e mentre racconta gioca con un piede a smuovere dei sassi.
Spiega che la situazione anche nei trasporti è delicata. Poche infrastrutture e vecchie. Tanto che si deve ingegnare quando di lavoro ne gira poco.
Ma conosce anche degli amici che, persa l’azienda agricola sotto una montagna di debiti, si sono lasciati vincere dalla vita. Hanno scelto d’imporsi un silenzio, come un vizio assurdo che non riesci a levarti. E sono scomparsi. Antonio M. nota come sia doloroso abituarsi a quelle assenze.
Altri, invece, hanno abbandonato la loro terra, cercando un approdo migliore nel continente, magari facendosi aiutare da amici o parenti, proprio come era capitato ai nonni un secolo prima.
Antonio M. ci tiene a farmi vedere cosa è rimasto della sua azienda agricola, abbandonata qualche anno fa.
Una casa che ha le finestre serrate; ora la strada che sale alla porta è solo un sentiero che t’impolvera e basta. Sbatte una porta, un cigolio abita adesso le mura. Neppure l’acqua, neppure il letto. Non manca il silenzio. Sotto l’olivo c’è una panca spezzata, non sente più peso, non sente fatica dell’uomo.
Chissà perché mi tornano in mente le parole di Antonio M., buttate lì prima che ci salutassimo.
“C’è un canto che certe volte si sente nella campagna… è il canto del lavoro perduto… scrivilo, per quello che può servire”.