Avanti della domenica

N. 33 del 31 ottobre 2010

Aiutare i più deboli a resistere alla più grande crisi economica del dopoguerra
Fabio Guerriero - La cassa integrazione non basta
mercoledì 27 ottobre 2010

Fabio Guerriero

La Camera e il Senato della Repubblica hanno prodotto nei giorni scorsi, importanti modifiche al collegato al lavoro presentato dal Governo senza che le Organizzazioni Sindacali ne fossero coinvolte.
La deriva autosufficiente, ieri del solo Capo del Governo e oggi di tutta la maggioranza parlamentare di centro destra, si è spinta al punto che per la prima volta (dopo l’epoca fascista) le Camere deliberano su temi tanto importanti senza nessuna consultazione preventiva con le parti sociali.
La fase concertativa sarebbe stata un elemento necessario per attenuare le forti pressioni sociali che attraversano il mondo del lavoro soprattutto oggi che registriamo un acutizzarsi del fenomeno che non sappiamo come andrà ad esaurirsi.
Nel momento in cui siamo di fronte alla più grande crisi occupazionale ed economica del dopo guerra, affrontare la crisi attraverso il fragile strumento della cassa integrazione è opera inadeguata e colpevole. Tra pochi mesi le risorse finiranno e sarà espressa in tutta la sua tragicità il vero volto della crisi che vedrà sul lastrico migliaia di famiglie.
Il Governo e il Parlamento intanto impiegano ben 2 anni a discutere e dibattere sulle possibili novità da introdurre nel mondo del lavoro, ignorano i Sindacati e indeboliscono ulteriormente i diritti dei Lavoratori.
Infatti, alla sua settima lettura (modifica) il collegato al lavoro è stato approvato l’altro ieri dalla Camera ed è palesemente carente sulle questioni che riguardano la parte più debole del mercato cioè i lavoratori senza contratto stabile che, ancora una volta, per scelta scellerata del legislatore, sono rimasti fuori da regole normative che ne salvaguardino almeno i diritti minimi.
Le due novità tanto sbandieriate dal Governo come innovazioni, contratti individuali e contratti a tempo determinato, sono divenuti invece ad esclusivo uso e consumo dei datori di lavoro che di fatto superano, artificiosamente, la contrattazione collettiva nazionale demandando al datore stesso il potere di verifica che prima apparteneva alle Direzioni Provinciali del Lavoro (ente terzo e quindi imparziale).
Viene così esautorato il Lavoratore della possibilità di ricorrere al Giudice in caso di controversie individuali essendo il Giudice impossibilitato ad entrare nel merito delle valutazioni espresse dalle parti avendo il lavoratore sottoscritto un “contratto individuale”.
Salterà così l’impianto oggi vigente del licenziamento per giusta causa e giustificato motivo con conseguenze inimmaginabili.
Ritengo che oggi la voce dei Sindacati e della buona Politica debba alzarsi forte contro questo abuso perpetrato ai danni della povera gente dai deputati del centro destra che compatti hanno votato il provvedimento. Vi è bisogno urgente di dare certezze a tutto il mondo del lavoro e, soprattutto, a quello più debole del precariato che, invece, vede il proliferare di tanti piccoli “padroncini” che, ispirati dal nostro capo del Governo e sostenuti da un pessimo Ministro Sacconi (divenuto controfigura del socialista riformista suo omonimo degli anni ’90), stanno minando i diritti sociali conquistati in 50 anni di progresso. Capisco che si doveva pur dare un segnale forte a favore di Confindustria dopo le incomprensioni di queste settimane e a pochi mesi dal voto, ma la politica (quella con la p minuscola) non può pesare tutta e solo sulle spalle del contribuente più debole. 
Con ciò non si tratta di voler riaffermare diritti obsoleti, fuori dalle moderne logiche di mercato, ma di riscrivere un modello contrattuale che passi anche attraverso una rivisitazione della Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) ma che preveda tutele e doveri in relazione alle nuove tipologie di lavoro, attraverso metodi concertativi e finalizzati.
Si è riusciti invece, con questo pessimo collegato, ad introdurre strumenti di libero arbitrio eccessivamente a favore del datore di lavoro (Berlusconi docet) il tutto in nome di una politica liberista che in Italia è divenuta liberticida per inadeguatezza di una intera classe politica piegata al suo indiscusso leader.