Avanti della domenica

N. 32 del 24 ottobre 2010

Grande assente la politica industriale
Vincenzo Iacovissi .- La crisi italiana si nutre di ritardi
martedì 19 ottobre 2010

Vincenzo Iacovissi*

L’ultima settimana è stata caratterizzata dalle discussioni relative alla presentazione del ddl finanziario per l’anno 2011, con le inevitabili dispute tra i Ministri in merito alle articolazioni dei fondi tra i Dicasteri.
Il Ministro Tremonti si è subito spinto oltre, minacciando – anzi annunciando – il ricorso all’ennesimo voto di fiducia per garantire l’approvazione in tempi rapidi del testo senza possibilità di modifiche. Ancora una volta, dal famoso giugno 2008 (Decreto legge 112/2008, la c.d. “finanziaria lampo”), il Governo vara una politica economica poco attenta alle esigenze di sviluppo del Paese, ma fortemente ancorata alla situazione di partenza: ossia una crisi strutturale che affonda le radici nei decenni successivi e che è stata solo amplificata dalla regressione mondiale dell’ultimo bienno. Infatti, ricordate le stime dei maggiori istituti di ricerca economici dell’anno scorso?
Tutti, o quasi, descrivevano il nostro Paese tra quelli nei quali la crisi aveva prodotto minori impatti sulla tenuta del sistema bancario (con aiuto pubblico) e nei saldi economici nel suo complesso. Quello che sta, invece, accadendo ora a livello europeo è che si assiste ad una ripresa dell’offerta produttiva, ad un lieve aumento della domanda e ad un generale rialzo dei tassi di crescita del Pil dei maggiori Paesi dell’area euro (Germania su tutti). A fronte di questo mutamento in senso positivo, la nostra Italia presenta percentuali di crescita prossime allo zero (0,3% rispetto al 2009), ed una diminuzione della disoccupazione che tarda ad arrivare.
Tra le mille spiegazioni di carattere economico-finanziario che si possono dare – e su cui credo debbano esprimersi solo gli esperti, diversi da chi scrive –, ritengo vi sia un dato politico incontrovertibile, e cioè che il nostro Paese vive una perenne criticità nei suoi elementi strutturali, tale da renderlo capace, paradossalmente, di assorbire fasi regressive, ma altrettanto inadatto ad intercettare i canali della ripresa economica. Questo, a mio giudizio, sta accadendo negli ultimi mesi. L’Italia cresce meno degli altri così come prima decresceva in modo più graduale (anche se comunque drammatico). Il punto centrale diviene, quindi, la perdurante assenza di una politica industriale (la nomina del Ministro allo sviluppo economico con mesi di ritardo è un segnale emblematico) che non consente al nostro sistema di perseguire obiettivi di lunga durata (investimenti nell’istruzione come canale di occupazione e non di costo, revisione degli ammortizzatori sociali e dell’impianto pensionistico, riforma dell’accesso alle professioni, realizzazione di liberalizzazioni disancorate da privatizzazioni selvagge, e così via), impedendogli di allinearsi alle maggiori democrazie europee.
L’anno che verrà potrà essere, forse, una delle ultime occasioni per porre mano a tutte le questioni strutturali irrisolte. A patto che, in via XX settembre, e non solo, qualcuno si accorga che il Paese – ed particolare le sue giovani generazioni – hanno diritto a guardare avanti con coraggio e non con la testa perennemente rivolta all’indietro.
*Vice Segretario nazionale Fgs