Avanti della domenica

N. 32 del 24 ottobre 2010

L'assenza di una memoria condivisa alla radice della crisi italiana
Carlo Correr - Presentazione a Roma del libro di Ugo Intini "un bambino e la storia"
martedì 19 ottobre 2010

Carlo Correr

Perché l’Italia continua ad avvitarsi in una crisi che sembra senza fine e che dura ininterrottamente ormai dal 1994? Perché la Prima Repubblica è morta, seppellita sotto una frana che ha portato via con sé anche gran parte del sistema politico, mentre la Seconda non è mai nata?
Una traccia c’è la dà Ugo Intini con la sua ultima opera (Un bambino e la storia), romanzo a metà strada tra l’autobiografia e il saggio. Il personale bagaglio di ricordi e testimonianze, si fonde con  la ricerca sulle fonti dell’epoca, a cominciare dai quotidiani, e ci accompagna dai bombardamenti dell’agosto del 1943 fin quasi ai giorni nostri.
Si parte bambini, dalla campagna torinese dove l’A. viveva da sfollato, per proseguire in un viaggio che racconta in prima persona anche piccoli fatti quotidiani, episodi inediti della Resistenza, ma anche sapide scene di vita di tutti i giorni, e si arriva a uno squarcio illuminante sulla nostra storia più recente, dalla guerra civile alla ricostruzione. Per Intini – che su queste pagine non ha bisogno di presentazioni – la malattia di cui soffre il nostro Paese, anzi di cui soffriamo tutti, è la mancanza di una ‘memoria condivisa’. E’ come se fossimo ancora fermi alla divisione in blocchi della Guerra fredda , costretti a vivere il dopo-tangentopoli come il proseguimento di una ‘guerra civile strisciante’ che qualcuno si ostina a chiamare ‘bipolarismo’.
La verità, ha ricordato l’A. nel corso di una presentazione del libro che si è tenuta mercoledì 13, presso la biblioteca del Senato con due ex presidenti della Camera, Luciano Violante e Pierferdinando Casini, e Riccardo Nencini, è che oggi l’Italia è come sospesa tra epiloghi entrambi drammatici: una riedizione della Repubblica di Weimar o la trasformazione in una Repubblica sudamericana.
Ormai da oltre tre lustri l’Italia non avanza né sul piano economico né su quello sociale e tantomeno politico; anzi ci sono segnali continui di un arretramento solo in piccola parte giustificato da ragioni esogene. Ci prepariamo a parlare di un “ventennio perduto” come dice Intini?
Il dibattito è stato arricchito, e non è davvero un modo di dire, dagli interventi degli ospiti, lontani tra loro per storia politica, ma vicinissimi nell’analisi e nelle conclusioni. Casini ha stigmatizzato le colpe gravi del sistema politico attuale e in particolare della legge elettorale in vigore, ricordando che impedisce agli italiani di “selezionare la classe dirigente”, che ci “espropria della possibilità di scegliere i parlamentari” mentre “il premio di maggioranza lungi dallo stabilizzare il sistema, favorisce la creazione di nuovi gruppi parlamentari”. “Ma come è possibile andare avanti così, con 5 persone che nominano di fatto mille parlamentari” mentre chi guida il governo “non pensa alla politica, ma ai sondaggi”? Anche questo contribuisce alle difficoltà della attuale stagione che vede in “un’emigrazione per censo”, andare via non i poveri come avveniva un tempo, ma “i figli dei ricchi perché i loro genitori non credono più che il nostro Paese abbia un futuro”.
L’intervento del leader dell’Udc trova una larga condivisione soprattutto sulla legge elettorale che “prima si cambia meglio è”.
Tocca a Violante sottolineare che non solo oggi è assente la “politica” nel senso più alto del termine, ma che si è insediata una “partitocrazia senza i partiti”, un’oligarchia, appunto, impermeabile al controllo democratico che non seleziona ma coopta i gruppi dirigenti a cominciare dai parlamentari. Una distorsione che ha anche tolto al Parlamento una funzione che aveva fin dall’Unità, quella di essere un importante “fattore di coesione nazionale”, punto di incontro e di sintesi obbligato di interessi, culture, linguaggi diversi.
Nencini aggiunge una pennellata caustica ricordando che questo sistema “bipolare” imperante dal 1994 ha favorito a dismisura il fenomeno dei “voltagabbana”, con le ambizioni personali che superano ogni confine etico e fanno scomparire le storie personali pur di occupare posizioni di potere. Ma il peggio potrebbe ancora venire, avverte Nencini, perché “la mia opinione è che il ciclo di Berlusconi sia concluso, ma non finito. In queste situazioni escono i veleni. C’è un tentativo di trattenere il crollo, ma c’è il rischio che le crepe diventino voragine”. Come uscirne? “Per il bene dell’Italia mi auguro che il ciclo di Berlusconi si chiuda presto. In qualche modo dobbiamo però ripartire dall’inizio, ricominciare da zero, dando vita a un’Assemblea Costituente” per riscrivere le regole . Un modo per ricomporre quella “memoria condivisa” di cui parla Intini nel suo libro.

Ugo Intini
Un bambino e la storia 
Nuova Editrice Mondoperaio
Edizioni Ponte Sisto