Luca Cefisi
Certamente le ultime notizie dal Medio Oriente possono lasciare sorpresi e confusi anche coloro che pure seguono con attenzione quotidiani e telegiornali. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha infatti chiesto ai palestinesi che riconoscano la “ebraicità” dello stato di Israele. Ma come, si dirà, i palestinesi, con Arafat, non avevano già riconosciuto Israele sin dal 1993, quando si avviò il famoso e travagliato processo di pace, che portò, tra l’altro, al ritiro israeliano da una parte dei territori occupati ed alla costituzione di una “Autorità nazionale palestinese”, oggi presieduta da Abu Mazen? E non è forse ovvio il carattere ebraico di Israele ?
Eppure, una vibrante critica al governo israeliano è subito arrivata dalla Chiesa cattolica, che proprio in questi giorni ha tenuto in Vaticano un Sinodo straordinario sul Medio Oriente. Il problema dell’ebraicità dello stato israeliano è infatti una novità, e prima ancora che le relazioni con i palestinesi, mette in gioco la natura della democrazia israeliana. Israele infatti è uno stato senza una vera e propria costituzione, e molti aspetti della complessa e delicata relazione tra religione ebraica, ebraismo mondiale e stato israeliano sono state lasciate alla prassi e al dibattito culturale, e mai cristallizzate in norme.
Com’è noto, un numero nutrito di cittadini israeliani non sono ebrei, e in particolare sono arabi circa il 20%. Gli arabi israeliani sono sostanzialmente quegli arabi, musulmani, cristiani o drusi, che non hanno mai aderito alla lotta nazionale palestinese. Quest’aspetto è sempre stato un fiore all’occhiello della democrazia israeliana, e diplomatici e governanti non facevano mai mancare di notare come molti arabi potessero vivere serenamente, essendo rispettati e rispettando le leggi israeliane. Particolarmente nota, a questo proposito, la minoranza religiosa araba dei drusi, i cui membri si sono spesso distinti nei ranghi dell’esercito con la stella di David. Invece gli ebrei nei paesi arabi, anche se non manifestavano in alcun modo slealtà verso lo stato in cui vivevano, erano sovente vessati oppure scacciati.
Con Nethayahu, però, e in generale con la crescente forza della destra nazionalista israeliana, si è andata ultimamente affermando l’idea di una nuova legge che preveda un giuramento di fedeltà per ogni cittadino, un giuramento che riguarda l’ebraicità di Israele. E’ accettabile che uno stato laico inserisca un princìpio soprattutto religioso come criterio per la cittadinanza ? Senza dubbio molti musulmani-israeliani, o cristiano-israeliani, si troverebbero in imbarazzo.
Il Sinodo vaticano ha sollevato con forza la questione della tutela della laicità in Israele (può far sorridere, pensando alle molte polemiche di casa nostra su Chiesa e laicità, ma così è andata), ed ha espresso il timore che si stia andando verso una deriva confessionale che farebbe delle minoranze religiose dei cittadini di serie B, o addirittura dei cittadini a rischio di venir privati dei loro diritti.
Sul piano internazionale, la richiesta del governo israeliano ha messo in imbarazzo l’Autorità nazionale palestinese, che riteneva appunto di aver risolto il nodo una volta per tutte nel 1993. Il primo ministro palestinese Salam Fayyad ha cercato di smorzare subito (“come Israele si caratterizza riguarda Israele” ha detto), ma in sostanza i palestinesi non aderiranno alla richiesta israeliana. Cosa c’è in ballo ?
La vecchia questione dei profughi: con la tutela del carattere ebraico, si ammetterebbe che la demografia israeliana non può essere alterata dal ritorno dei profughi arabi. Sebbene sia ragionevole (non giusto o sbagliato, solo realistico) ritenere che il ritorno dei profughi e delle loro famiglie negli insediamenti originari su territorio israeliano sia impraticabile, ad un consenso su questo si dovrà arrivare con un negoziato, non fissando una precondizione, che sembra una forzatura destinata a creare una posizione di vantaggio nelle trattative. A meno che in cambio anche i palestinesi non ricevano qualcosa: e qualcosa che sia dello stesso “rango”, cioè il riconoscimento di un princìpio.
Secondo Paola Caridi, già redattrice dell’Avanti! (quello vero! ndr) ed oggi apprezzata commentatrice da Gerusalemme, sul suo blog http://invisiblearabs.com, le Nazioni Unite potrebbero ricevere presto una richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina, qualcosa di più e di diverso di un’“autorità”, un vero Stato finalmente a parità di rango con Israele, anche in attesa di risolvere la questione dei confini e della capitale.