Alberto Benzoni
E’ Totti contro Bossi? La sceneggiata di fronte a Montecitorio ha lasciato in tutti un profondo disagio. E non solo per ragioni estetiche sui protagonisti con la Polverini che imbocca il Senatùr e la piccola folla che gli girava intorno (coda alla vaccinara contro polenta; società dei magnaccioni e “semo romani”contro le camicie verdi), ma anche per ragioni politiche: la sensazione che gli oppositori romani, anzi romaneschi, di Bossi non fossero consapevoli della posta in giuoco.
Mettiamola così: per il leader della Lega il voto su Roma capitale e il “sempre porci” come il “Roma ladrona” non sono affatto in contraddizione; anzi parte del medesimo disegno.
In altre parole, dare una mano ad Alemanno (“una tantum”) anche per aiutarlo a sistemare le sue finanze si può fare; è come dire un ulteriore credito da far valere per accelerare il corso del federalismo. E se poi i “romani de Roma” pensano di rispondere alle provocazioni leghiste esaltando, insieme, virtù culinarie e missioni civilizzatrici, facciano pure; perché per il Nostro questa polemica, gira gira municipalista, gli fa giuoco.
Quando Bossi attacca Roma e i romani non ha certo di mira il carattere della città e men che meno dei suoi abitanti: non siamo in un cinepanettone, in un film di Boldi. Forse, “Roma ladrona” significava una volta il luogo della cattiva politica, dell’intrigo di vertice contrapposto all’onesta laboriosità della periferia; e per i valligiani puri e duri sarà ancora così. Ma quello che la dirigenza leghista vuole colpire è Roma come simbolo del potere centrale e delle sue prerogative; insomma di quella unità d’Italia che si intende, in ogni modo, disfare.
E allora la nostra difesa deve essere all’altezza dell’attacco. Non occorre schierare Totti contro Bossi e tantomeno i Cesaroni contro Alberto da Giussano. Occorre, piuttosto, riaffermare il ruolo di Roma nel costruire, realizzare e preservare l’unità della nazione.
Per chi guarda al futuro ciò significa costruire un federalismo forte, dotato cioè di un apparato istituzionale che assicuri non solo lo sviluppo solidale, ma anche l’autorità del centro. Per i difensori dell’unità nazionale che è fatta anche di memorie storiche condivise, ciò significa ritrovare le ragioni e le speranze di un Risorgimento che considerava Roma come punto d’arrivo del proprio percorso.
E qui non c’è bisogno dell’“elmo di Scipio” o magari dei “colli fatali”. Basti ridare la parola a Cavour che considerava Roma capitale l’unico antidoto al dilagare dei municipalismi e che vedeva nella fine del potere temporale l’inizio del rinnovamento per una Chiesa che, altrimenti, sarebbe sempre stata indotta ad utilizzare il suo potere in una logica di repressione. E basti ricordare l’Italia laica e liberale che scelse il 20 settembre come festa nazionale perché ideologicamente fondante.
La festa è stata, come si sa, abolita dal fascismo nel 1929 e mai più reintrodotta, anzi dimenticata; salvo ad essere riscoperta di recente dalla Chiesa all’insegna di “zuavi e bersaglieri uniti nella lotta”.
Oggi dovrebbe, allora, essere recuperata. Perché 20 settembre e Roma capitale fanno tutt’uno. E perché, lasciateci questa chiusura retorica, l’Italia del secondo Risorgimento si difende recuperando il valore storico del primo; se non si vuole che l’una e l’altro siano lentamente sepolti nel conflitto tra ragionieri varesotti e piagnoni sanfedisti.