Avanti della domenica

N. 31 del 17 ottobre 2010

Diario di un lavoratore precario
Alessandro Russo - La leggera instabilità dell'essere
mercoledì 13 ottobre 2010

Alessandro Russo

Nel medioevo il precario era un tipo di contratto agrario. Oggi, il precario, è un bene di consumo non durevole. Con tanto di data di scadenza. Le sembianze sono certo note: un lavoratore con contratti a termine, che nel tempo non gli garantiranno vantaggi economici o professionali, in quanto non lo aiuteranno nel cammino lavorativo. Infatti vedrà dequalificare le proprie competenze da una sequenza di impieghi poco remunerati e per nulla professionalizzanti. Questo, inoltre, non contribuirà alla facilità d’impiego.
Loro malgrado, i precari, incrementano i profitti delle imprese, mentre le stesse mettono in atto un evidente risparmio contributivo e salariale. Magari attendendo la semplice scadenza del contratto e aggirando cosi il problema del licenziamento.
Si dà così vita a forme di precariato che modificano nella sostanza l’attuale legislazione in materia di lavoro. In effetti il datore di lavoro non è tenuto a motivare una mancata assunzione, poiché il contratto è un lavoro a termine. Precisando inoltre che una eventuale riassunzione a termine non prevede certo un salario maggiore. Sappiamo infatti che se si trattasse di un lavoratore dipendente, l’aumento avverrebbe con lo scatto di anzianità. Tale aspetto potrebbe far pensare che gestire personale licenziabile in qualsiasi momento sia in qualche modo più semplice che relazionarsi con persone che posseggono diritti indifferibili.
La mancanza di continuità del rapporto di lavoro, si riflette in maniera negativa anche sulla possibilità di pianificare la propria vita, sia presente che futura. La presenza di redditi bassi non permette certo di accumulare risparmi sufficienti per affrontare in sicurezza i periodi di disoccupazione.
E l’insieme di questi aspetti incide anche nella sfera individuale delle libertà. Ad un lavoratore precario non viene concesso un mutuo o uno dei più semplici finanziamenti. Anche la semplice scelta di un supermercato dove fare la spesa, diventa una questione di inusuale praticità. Quasi che all’evoluzione biologica dell’uomo non si accompagnasse l’evoluzione culturale. Si scende, così, la scala sociale e consumistica, sperando che almeno ci si elevi nello spirito.
Sicurezza sociale e qualità della vita sono state conquiste significative degli ultimi decenni. Conquiste che sono vanificate dal crescente dualismo del mercato del lavoro e dalla sottovalutazione dei  costi psicologici associati alla perdita del lavoro.
Per riassorbire la forza lavoro ci sarà bisogno di un’economia in crescita e non boccheggiante. E non si può prevedere che la cassa integrazione in deroga duri in eterno. Prima o poi i conti si dovranno fare anche con quella parte di lavoratori garantiti.
Napoleone risolse a suo modo il problema della disoccupazione. Si inventò la “Grandeur”, una parola tanto semplice, quanto efficace. Si tentò la piena occupazione tramite la realizzazione delle opere pubbliche, che tutti ammiriamo nella Francia dei nostri giorni.
Di certo non è con questi espedienti di corto respiro e attinenti alla sfera della propaganda, che invitiamo il nostro governo a battere un colpo.
Eppure il rischio maggiore che si avverte di questi tempi è quello di perdere un’intera generazione.
Perché il lavoro a tempo determinato si è rivelato un incentivo alla sottoccupazione, rendendo inefficace la pur necessaria flessibilità; si abbandona chi è esposto maggiormente al rischio di licenziamento, prevedendo salari bassi e una contribuzione previdenziale a singhiozzo e priva della necessaria formula della pensione integrativa.
Inoltre è avventato parlare di coesione sociale dove si ha un’innegabile compressione dei diritti del lavoratore- persino il diritto d’associazione sindacale- quando non si ha il lavoro, o se ne ha per poco tempo.
La necessità di politiche e scelte conseguenti si domandano alla stessa classe politica che per il momento è occupata in questioni immobiliari.