Vincenzo Iacovissi
In questi giorni è tornata alla ribalta una discussione sempre in voga, ossia quella relativa alla opportunità di privatizzare la Rai al fine di eliminarne la perenne vocazione partitocratica. È bene ricordare come la materia del servizio radiotelevisivo sia regolata oggi da un Decreto Legislativo, n.177/2005, che dispone una serie di misure volte a favorire una progressiva alienazione del capitale pubblico dalla Rai, anche se in realtà l’intero provvedimento pare più improntato alla volontà di preservare lo status quo, cioè una situazione di sostanziale duopolio fra l’emittente di Stato e il principale concorrente privato, Mediaset, impedendo l’accesso di nuovi competitor. Valgano, in tale prospettiva, i numerosi tentativi di costruire un “terzo polo”, sistematicamente ostacolati da pratiche ostruzionistiche protette dalla normativa in vigore. Detto questo, è un bene che il dibattito ritorni ad interessarsi della condizione del sistema mediatico nazionale, poiché da essa dipendono – in senso lato – anche le sorti del Paese, o meglio della sua opinione pubblica.
Come socialisti, infatti, non potremmo non essere favorevoli ad una rivisitazione dell’attuale assetto, così da rendere il servizio pubblico di qualità e più aderente ai principi di pluralismo ed imparzialità dell’informazione. Da tempo, nell’ambito della nostra comunità, vengono avanzate specifiche proposte di modifica in tale senso, tutte ispirate ad un modello europeo di network di Stato (BBC su tutti), ovvero un sistema nel quale una sola rete sia a capitale pubblico e svolga interamente la propria funzione, senza digressioni o condizionamenti di stampo cabarettistico, come invece accade nel palinsesto Rai degli ultimi mesi.
Una riforma in quest’ottica, dunque, dovrebbe preservare il carattere pubblico di una rete Rai, lasciando le altre due alla libera concorrenza con gli altri canali. In questo modo, si eviterebbero contaminazioni fra la mission del servizio pubblico (espletata dall’unico canale Rai statale) e le esigenze di auditel (cui concorrerebbero le altre due reti in regime privatistico). Nonostante i buoni propositi però, a giudizio di chi scrive anche stavolta il dibattito sul tema non decollerà, restando confinato alle solite – immancabili – boutade estemporanee di qualche esponente politico. Pertanto, in attesa di una organica riforma del settore, non ci resta che rilanciare una nostra vecchia battaglia, l’abolizione del canone Rai, incalzando il ceto politico a prendere adeguate misure; poiché, delle due l’una, se la Rai non svolge servizio pubblico – o lo fa con deficit non più tollerabili –, non ha più ragion d’essere la conservazione della “tassa sulla Tv”, un gravame che alimenta oggi un inutile carrozzone dove anche nani e ballerine d’antan si sentirebbero a disagio.