Avanti della domenica

N. 31 del 17 ottobre 2010

Luca Cefisi - Afghanistan, non basta esserci
mercoledì 13 ottobre 2010

Luca Cefisi

Ancora quattro soldati italiani morti in Afghanistan, vittime della più rozza ed efficace delle trappole belliche, l’ordigno nascosto sulla strada. E, come altre volte, si riapre per qualche giorno la discussione sulla più impegnativa e costosa missione militare della storia repubblicana.
Temiamo però che, come le altre volte, dopo l’emozione per i caduti tornerà il silenzio. Ci preoccupa la sostanziale assenza di un dibattito pubblico approfondito e sentito nel Paese: è un altro brutto segno della crisi della democrazia italiana, dello smarrimento di un Paese che si accapiglia su “padanie” inesistenti ma non discute sul suo ruolo e le sue scelte nel mondo. Forse però un dibattito non decolla anche perchè, per prendere a prestito le parole del caporal maggiore Cornacchia, “qui in Afghanistan non si capisce nulla”. Di fronte alla morte e alla tragedia la serietà è un dovere, e si deve dunque aprire una seria discussione sull’intervento afgano, lontana da semplificazioni e banalizzazioni, ed anche dalla retorica consolatoria, per capire e per decidere.
Non è sufficiente trincerarsi dietro la discussione di principio sulle missioni militari, che è spesso posta in maniera del tutto equivoca o ideologica. Valutarle tutte assieme, secondo la procedura spesso invalsa in Parlamento, significa non valutarle.
Certamente, più solide e cogenti, sono state e sono tuttora le ragioni della presenza internazionale in Afghanistan rispetto all’Iraq: per questo Zapatero e Schroeder, per fare solo due esempi, rifiutarono l’Iraq e scelsero invece di assumersi responsabilità in Afghanistan. Occorre però oggi dire con lucidità che non siamo, in Afghanistan, di fronte ad un successo, ma se mai, sull’orlo del fallimento: cresce nella comunità internazionale la volontà di voltare pagina. In tutta Europa, è questo che stanno facendo i socialisti spagnoli, i socialdemocratici tedeschi, i laburisti olandesi, questi ultimi fino alla rottura e alla crisi di governo, solo pochi mesi fa. I problemi sono noti: la schizofrenìa di comando e di missioni, l’Isaf a guida Nato e la Operation Enduring Freedom, che è il separato braccio operativo americano; il problema dell’escalation, cioè della ricerca di una soluzione attraverso un aumento della forza militare, com’era ancora nei piani americani solo poco tempo fa, o al contrario una strategia che miri a “de-escalare” il conflitto. Per quest’ultimo obiettivo, vanno aperti canali di dialogo e di trattativa con gli insorgenti: non siamo noi a dirlo, ma ormai praticamente tutti gli analisti più autorevoli.
La guerra in Afghanistan è oggi una guerra di fazioni, dove la presenza di Al Qaeda non appare più centrale, e quindi proclamare ancora la “guerra al terrore” rischia di essere un vuoto slogan: la soluzione va riportata nelle mani degli afgani, la presenza straniera potrebbe essere più un ostacolo che un aiuto.
L’opposizione parlamentare italiana, dopo aver cincischiato con proposte di commissioni d’indagine e scontate dichiarazioni di patriottismo, sembra finalmente alzare qualche tono critico: appare indispensabile pretendere da Berlusconi, Frattini e La Russa, quello che sta facendo la Spd nei confronti della Merkel (fino a minacciare il rifiuto del voto bipartisan nel Bundestag), cioè che l’Italia non si limiti a ripetere l’eterno schema della guerra di Crimea (“basta esserci”), ma assuma una propria posizione ed una propria agenda, che insomma sostenga un percorso di de-escalation del conflitto afgano.
Che è poi la stessa conclusione a cui l’amministrazione Obama sta, in questi ultimi mesi, faticosamente giungendo.