Avanti della domenica

N. 29 del 10 ottobre 2010

Diario di un lavoratore precario
Alessandro Russo - Crisi di democrazia, crisi di lavoro
mercoledì 6 ottobre 2010

Alessandro Russo

Un’altra giornata passata. Scandita dalle stesse azioni degli altri giorni. Solo che oggi piove. Ecco dove sta la differenza.
E se possibile si aggiunge lo sguardo di alcuni disoccupati all’esterno di uno dei tanti uffici di collocamento. Desolatamente pieno. Qualcuno fuma solitario nell’angolo o da uno sguardo disinteressato all’orologio.
Temono sempre che qualcuno possa chiedere quale fosse stato il loro lavoro, così, per scambiare due chiacchiere, in questa società avara d’incontri.
E in un certo senso si vergognano, perché un lavoro non l’hanno più e neppure sanno dire quando ne troveranno un altro. Alle volte li assale il pensiero degli ultimi dieci mesi di disoccupazione dell’anno appena passato. Dieci mesi trascorsi lentamente e che hanno consumato una vita come fossero anni di duro lavoro.
Ci sono giorni che neppure sanno chi sono. Cosa potrebbero diventare.
Perché il lavoro è questione d’identità, capace, o almeno dovrebbe, di qualificarci nella società. Perché struttura la nostra esistenza dandoci la possibilità di divenire degli esseri sociali, rendendoci parte integrante e viva della nostra progettualità futura.
Penso che alla crisi di democrazia di questo paese corrisponda la crisi del lavoro. Ed è un sentire comune la necessità che i sindacati si frappongano fra questa frattura, in quanto unici componenti essenziali del sistema democratico.
Qualcuno sostiene poi che il nostro Paese stia meglio di altri e che il tasso di disoccupazione all’8,5% non sia poi questa sciagura. C’è da considerare un fatto però: solo qui da noi le migliaia di cassaintegrati sono conteggiati fra gli occupati, mentre altrove vengono classificati tra i disoccupati.
Forse sarebbe anche bene ricordare che le PMI prevedono di non investire in innovazione e nella ricerca di nuovi mercati, di nuovi clienti. Non innoveranno i prodotti. Staranno, insomma, alla finestra. Aspettando che qualche cuore coraggioso faccia la prima mossa. E questo, inevitabilmente, si rifletterà sulla occupazione e sulla mancata creazione di nuovi posti di lavoro.
Un tempo si pensava che non si potesse ridurre il lavoro a semplice strumento per ottenere un salario. O considerarlo solamente come la possibile realizzazione del principio costituzionale.
La fila intanto scorre. Come al mercato si aspetta che arrivi il proprio turno. C’è un silenzio assordante nella stanza. Alle pareti si vedono appesi due o tre foglietti di ricerca di impiego. Un tempo, non molto tempo fa, la parete era piena di quei foglietti appena stampati, o riempiti da una calligrafia decisa. Lo scroscio della pioggia scuote appena quella fila. Nessuno esce per saltare di qualche posto. Tanto nessuna novità li aspetta davanti a quella scrivania dove un impiegato stancamente registra dati, numeri, codici. E la schedatura avanza automaticamente. Come la fila.
Qualcuno si gira all’improvviso. Ha un vestito scuro, quasi elegante, e una barba nera, un po’ incolta. Ha un’età indefinita, ma sembra vicino alla pensione.
“Se questo è un uomo…” dice rivolgendo lo sguardo nel vuoto.