Luca Cefisi
L’ideologia dominante sostiene ogni giorno, da stampa e televisioni, che non si debba pretendere di governare la crisi con “utopiche” misure, ma che al contrario siano le persone a doversi adattare alla crisi. Di qui la retorica dell’austerità e l’erosione della solidità di diritti che sembravano acquisiti: l’università gratuita e libera per tutti, per esempio, torna ad essere chiusa, test d’ingresso e tasse d’iscrizione crescenti, in nome di una “meritocrazia” che invece nasconde la restrizione degli spazi e delle opportunità. La sicurezza sul lavoro, e la sicurezza del posto di lavoro, sono dipinti come un “privilegio”, proponendo un inedito conflitto di classe tra lavoratori garantiti e l’esercito crescente dei precari, e l’esito proposto è l’eguaglianza al ribasso, verso il precariato diffuso. Nessuno discute seriamente il problema reale della riduzione dei lavoratori contrattualizzati, che richiederebbe piuttosto un ampliamento di diritti e garanzie, dalla classica figura del lavoratore capofamiglia verso coloro che una volta si chiamavano i nuovi soggetti sociali, ed oggi, più prosaicamente, sono i genitori single, gli anziani soli, i giovani istruiti ma precarizzati e i cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro.
In Italia, in particolare, al dilagare dell’egemonia culturale della destra ha fatto eco il venir meno di un fronte riformista e socialdemocratico: abbiamo ormai un sindacato così diviso, che Cisl e Uil hanno partecipato solo a Bruxelles, ma non in Italia, alla giornata di mobilitazione contro le finanziarie d’austerità promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati, perchè non vi è più praticabilità di iniziative comuni tra le confederazioni. Il conflitto tra capitale e lavoro si è spostato verso una balcanizzazione sindacale che non promette nulla di buono, e ognuno gioca per sè. Tutti chiedono meno tasse per la propria categoria, ma occorre il coraggio e il buon senso di dire che i soldi per lo stato sociale, per la sanità, l’istruzione, la ricerca e la tutela delle mille forme di povertà sono più necessari che mai.
In questa situazione di crisi, insicurezza e rottura dei legami di solidarietà sociale, ritorna la tentazione del capro espiatorio: riaffiora l’antisemitismo, e si proiettano su immigrati e minoranze angosce e paure. La minoranza zingara, poche migliaia che vivono emarginati in baracche ai margini delle città (e molti di più che vivono e lavorano normalmente) sembra adesso l’unica responsabile di insicurezza e degrado: ci sarebbe da chiedersi di cosa vivrebbero, teste rapate e leghisti vari, se gli si togliessero i campi nomadi; questi ghetti del XXI° secolo fanno comodo, perpetuano la diversità e l’esclusione, tengono in vita gli alibi dei razzisti. Infatti, quando qualcuno cerca di spostare in abitazioni decenti anche poche famiglie, com’è successo a Milano, apriti cielo.
E’ compito degli amministratori riformisti lottare contro il degrado: questo non si fa certo con le ronde e gli inviti alle deportazioni e ai carri bestiame, ma con gli interventi sociali e ripensando una società che sappia prendersi cura di sè.