Alberto Benzoni
“La sinistra è in ritardo”: proposizione diventata oramai un luogo comune. Si tratta, evidentemente, di un ritardo storico. Perché se ne parla da decenni. Ma, a quanto pare, senza grandi risultati. Perché, appunto, se ne parla anche oggi.
Forse è meglio, allora, ragionare di ritardi mensili. Nel senso di avere a che fare con i tempi dell’attuale crisi politica. E con le scelte che il centro-sinistra sarà chiamato, qui ed ora, a fare per tentare di risolverla.
I tempi sono brevi. E’ impensabile che l’attuale governo riesca a superare i suoi vizi personali (Berlusconi e la sua battaglia contro la magistratura) ma anche strutturali (l’impossibilità politica per la Lega di spartire la sua “golden share”con Fini e sudisti vari). Si andrà allora alla crisi; ma non al passaggio immediato alle elezioni. Prima occorrerà verificare la praticabilità di un esecutivo di transizione.
Un’ipotesi ventilata nel 1996 e, ancora, nel 2008: ma naufragata per l’opposizione del centro-destra. Opposizione che ci sarà anche ora: e da parte non solo del Cavaliere, ma di tutto lo schieramento che a lui fa capo. Certo, la riclassificazione dello schieramento moderato (o presunto tale…) ci sarà; ma avverrà dopo l’insuccesso elettorale, non prima.
Detto in altro modo, sull’ipotesi dell’esecutivo di transizione non si può, qui ed oggi, costruire alcun ribaltone politico; e non tanto perché il disegno sia costituzionalmente scorretto (non lo è) quanto perché è numericamente impraticabile.
E però la proposta di un governo di “normalizzazione” (nuova legge elettorale; ma anche misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e dei redditi più bassi, azioni di pacificazione sul fronte della magistratura e dei sindacati, gestione più equilibrata delle questioni del federalismo e dell’immigrazione, ricalibratura dei nostri rapporti internazionali) non è un passaggio formale e distratto ma piuttosto una tappa politica decisiva; nel senso di favorire, oppure no, la formazione di uno schieramento elettorale atto a sconfiggere Berlusconi e, insieme, a definire le caratteristiche fondanti, il mimimo comun denominatore di una nuova alleanza di governo.
Tutto si giuoca sulla legge elettorale. Si vuole un’alternativa secca, non più tra Pd e Pdl (non è proprio il caso…), ma tra centro-sinistra e centro-destra? E allora si proponga- per le elezioni successive a questa - un qualche sistema maggioritario. Si vuole invece l’alleanza con il centro (in ipotesi, da Vendola a Fini) ? E allora si iscriva nell’agenda del futuro esecutivo del “ritorno alla normalità” il ripristino del proporzionale.
Insomma: maggioritario, eguale scontro tra centro-sinistra e centro-destra; ma con un centro autonomo e in crescita. Oppure: proporzionale eguale scontro tra sostenitori e oppositori dell’anomalia berlusconiana.
E, allora, per favore, prima di dividerci sui principi, poniamoci questa semplice domanda: pensiamo, noi del centro-sinistra, di poter risolvere in breve tempo i problemi insieme di identità, di programma e di leadership che ci rendono, ancor oggi, come dire, poco competitivi?
Ai contemporanei la facile sentenza.