Avanti della domenica

Articoli N. 14 del 16 maggio 2010

La crisi innescata dal debito greco impone un'approfiondita riflessione sulla gestione dell'economia
Leonardo Scimmi - Mercato o Parlamento?
domenica 16 maggio 2010


In vista dell’opportuno congresso credo che non sia inutile ricordare ai militanti e agli elettori che ci seguono che il PSI è un partito progressista e di sinistra.
A tal fine le dichiarazioni di Poul Nyrop Rasmussen, presidente del PSE. sulla strategia conservatrice delle democrazie europee nei confronti dei Paesi più deboli come la Grecia sono più che opportune.
Il congresso dovrà risolvere questioni organizzative, di leadership, territoriali, di visibilità, di simboli, di democraticità e molti altri probabilmente, ma non potrà né dovrà esimersi dal definire – e chiaramente – quali sono i principi fondamentali sui quali poggia il PSI.
Alla luce di quanto avvenuto di recente nei mercati finanziari, il rapporto tra debito pubblico e crescita del PIL della Grecia, le vicende giudiziarie di Goldman Sachs, e, soprattutto, il ruolo delle agenzie di rating, criticato anche dal commissario europeo Barnier, invitiamo il PSI ad aprire un dibattito meditato e profondo sul ruolo che si vuole attribuire al mercato, soprattutto nei confronti del Parlamento.
Se cioè il Mercato ed il fondamento politico-filosofico che gli sta dietro, vale a dire l’individualismo e la fiducia nelle capacità razionali e morali del singolo individuo, debba sovrastare in potere decisionale il ruolo dei Parlamenti.
Le agenzie di rating hanno il potere di influenzare i mercati finanziari e fondano la loro autorità sulla reputation guadagnatasi in base ai giudizi emessi. Tuttavia – per un vecchio vizio di analisi – la lente di ingrandimento cade immediatamente sulla compagine azionaria di tali agenzie e si rileva che gli azionisti sono, spesso, grandi investitori o gestori di fondi hedge, dei privati interessati all’andamento dei mercati in cui investono e, ancor più, interessati ad influenzare quei mercati in cui investono e da cui traggono profitti per sé e per i propri sottoscrittori.
D’altra parte argomentare che il mercato sceglie le agenzie di rating più efficienti non varrebbe ad eliminare il sospetto del conflitto di interesse, perché la domanda di fondo resta ed è stabilire se un giudizio indipendente e determinante possa essere fornito da un soggetto privato anch’esso parte del sistema che deve giudicare ed influenzare.
Posto che la finanza e l’economia sono il nucleo centrale dell’attività di uno Stato, privare lo Stato del potere decisionale su tali argomenti chiave significa espropriarlo del suo potere in generale.
Al Parlamento – eletto democraticamente – non resterebbe che ratificare le decisioni dei mercati e trattare argomenti di diritti civili e di politica interna.
Il tutto avviene normalmente per due ragioni: la prima è che se la finanza è globale, la politica non lo è ancora. Il secondo è la sfiducia preconcetta degli economisti – istruiti ad hoc dalle business schools – verso la politica, che “deve stare fuori dall’economia”.
E perché dovrebbe stare fuori dall’economia la politica che è la sola attività riconducibile – attraverso la democrazia e le elezioni – alla volontà del popolo, che è poi il soggetto destinatario di ogni effetto che accade nel mondo e che – per dettato costituzionale – è il detentore formale del potere decisionale? Credo che questi argomenti pregiudiziali siano da smontare con un’azione che ristori la reputazione della politica e la sua capacità e necessità.
All’orizzonte sembra profilarsi il crollo di un sistema, quello delle reputazioni che si sorreggono a vicenda e che hanno derivazione privatistica, lobbistica e tutt’altro che democratica; sarebbe pertanto il momento di recuperare un po’ ovunque la buona reputazione della politica e dei partiti.
PSI Lussemburgo