Avanti della domenica

N. 28 del 3 ottobre 2010

Alessandro Russo - Lettera a un ministro che non c'è
giovedì 30 settembre 2010

Alessandro Russo

In un paese al quale manca il Ministro dello Sviluppo Economico non si può certo affermare che le imprese, o gli stessi imprenditori, navighino utilizzando la migliore tecnologia messa a disposizione dai radar di ultima generazione. Ed infatti navigano a vista.
Qualcuno potrebbe affermare che di disfattismo si muore. Ma in un paese dove il tessuto produttivo si regge essenzialmente grazie alle PMI, non si capisce di cosa si stia parlando.
Ci riempiono la testa con i consigli sempre precisi di guardare fuori dalle nostre finestre. Di copiare dalla Germania. Rendiamoci conto, però, che la nostra sarebbe solo una sterile parodia dei teutonici.
Parodia non dovuta certo alle nostre scarse capacità. Degli imprenditori, s’intende. E qui non si può fare a meno di tirare in ballo il nostro ‘sistema Paese’, le infrastrutture, le strutture bancarie, il tessuto sociale dell’impresa, intesa come colonna portante per la creazione di lavoro.
Al fardello di una burocrazia neogotica, si aggiunge l’eccessivo peso della tassazione; l’elevato costo dell’energia, poi, da trend congiunturale, legato all’andamento dei mercati, si sta tramutando nel fattore che rischia di portare fuori mercato un numero crescente di aziende. Aspetto non trascurabile, visto che nel lungo periodo si rifletterà sul problema della occupazione.
Una delle soluzioni dovrebbe essere vista, non tanto nella liberalizzazione del settore energetico, la quale richiede lunghi interventi della politica, quanto nell’estensione dei benefici di cui usufruisce la grande impresa sull’utilizzo dell’energia elettrica. Cioè l’equazione più utilizzi la luce meno paghi.
Equiparare i costi dell’energia elettrica fra grande industria e PMI porterebbe un beneficio immediato proprio nel settore cardine del nostro sistema produttivo, liberando inoltre risorse che potrebbero essere investite nell’azienda, quindi creando lavoro e nuova occupazione.
Gli addetti ai lavori riconoscono anche un ulteriore problema. Mentre in Germania, per esempio, esistono banche dedicate esclusivamente alle piccole e medie imprese, nel bel paese questo vantaggio è ben lontano dal prospettarsi.
Su questo aspetto, e sui finanziamenti alle PMI, dobbiamo far notare un altro dei gap che il nostro sistema produttivo ha ormai insito nel suo dna.
Se le associazioni di categoria protestano per i parametri di Basilea 2 e 3, chiedendone in taluni casi la sospensione, è doveroso far notare che i problemi di fondo se, privi di una efficace soluzione, rimarrebbero inalterati.
I stringenti parametri di Basilea 2 colpiscono proprio dove manchiamo da anni ormai.
Le PMI hanno minori possibilità di generare reddito o di generarne molto e, dato da non sottovalutare, utilizzano finanziamenti a breve termine.
Questo aspetto è sicuramente riconducibile al fatto che la maggior parte di queste imprese è a conduzione familiare. Restia quindi a far entrare terzi nel capitale sociale. Ecco, allora, il conseguente basso livello di capitalizzazione, che per le banche non è certo un segnale di solidità.
La concessione di prestiti viene resa molto difficile allo stato delle cose, proprio dalle carenze endemiche della piccola impresa che, non facendo uno sforzo per cambiare mentalità e prospettive, si vedrà condannata all’isolamento e ad una lenta agonia.
Ecco allora l’ancora di salvezza potrebbe essere proprio nelle piccole e medio banche (Crediti Cooperativi, Casse Rurali), le quali potrebbero svolgere attività di consulenza per evidenziare i punti di forza e di debolezza nei bilanci e nella progettualità dell’impresa.
Sarà possibile, ci domandiamo, visto che almeno la metà dei piccoli imprenditori non conosce neppure Basilea 2 e vive nel suo piccolo mondo con 6/7 collaboratori?
Vi sarebbe la necessità di porre queste questioni al nostro Ministro dello Sviluppo Economico. Per il momento conosciamo solo l’indirizzo. Speriamo che all’arrivo della missiva, avremo già terminato di navigare a vista.