Avanti della domenica

N. 28 del 3 ottobre 2010

L'opposizione e la crisi nella maggioranza di governo
Pino Leuzzi - L'uomo del fare non fa nulla
giovedì 30 settembre 2010

Pino Leuzzi

Finge che niente stia succedendo, Silvio Berlusconi, ma un po’ come don Abbondio si tirava fuori dagli eventi: non vede, non sente, parla di altro.
Da fine aprile non ha un ministro delle Attività Produttive, e non sa nominarlo. Ogni paio di mesi promette: “La settimana prossima”, e poi non ne fa niente. Il presidente Napolitano l’ha sollecitato un paio di volte, e niente.
Da fine giugno la Consob non ha un presidente, che tocca al governo nominare. Un posto delicato in un organismo delicato, il controllo dei mercati finanziari: ma Berlusconi tentenna. “L’uomo del fare” è singolarmente inerte.
È il segno più evidente delle divisioni nella coalizione di governo, Lega compresa. Ma è anche il segno della sterilità di un certo modo di governo, legato a un uomo e ai suoi umori.
Non del carattere dell’uomo, che quando si tratta del Milan o di Mediaset o di altro affare privato sa essere anche rapido e sempre conclusivo. No, proprio del metodo di governo: di una coalizione che solo si muove se il capo si muove. Del sistema elettorale plebiscitario, costruito su un uomo, senza i contrappesi parlamentari di iniziativa e controllo (il Parlamento è jugulato: o fiducia o elezioni).
Ci si interroga ancora, dopo quindici anni, sui motivi del successo di Berlusconi. Per il populismo si diceva, ma non ha funzionato. Per la politica spettacolo si dice, ma non funziona: Berlusconi in video è un flop, e anzi si danneggia. Le elezioni del 2008 hanno manifestato in modo perfino eccessivo la vera ratio del voto al centro-destra: l’attenzione verso i problemi. I problemi di oggi, non quelli di ieri: il governo della spazzatura e dei terremoti, e della globalizzazione in qualche misura, la sicurezza, di polizia e economica, contro i ladri d’appartamento e contro la speculazione, più opportunità per il lavoro autonomo, più previdenza, meglio distribuita, più certezza processuale se non normativa, e quello che rimane del welfare. Ben confezionati in un “programma”. Di cui nessuno più si fida, se non per la figura del venditore. Che è, appunto, eccezionale: dell’antipolitica il re è Berlusconi. Ma la sbrigativa personalizzazione dell’esecutivo finisce ineluttabilmente nell’inerzia.
Nel governo precedente, del 2001, confortato da larga maggioranza, Berlusconi non fece la riforma del fisco, tante volte promessa, né quella della giustizia. Giusto la legge Biagi, dal nome dello studioso socialista che poi il governo lasciò solo. In questa legislatura, in cui Berlusconi ha vinto tutte le elezioni, il federalismo è ancora in attesa, così come la solita riforma della giustizia. Sembrava che avesse risolto il problema della spazzatura a Napoli e del terremoto dell’Aquila, e invece non è vero – anzi, come si vede, ostentatamente non se ne vuole occupare.
È ora a metà legislatura, e non ha prodotto niente, se non l’andirivieni parlamentare sul federalismo. Un ritmo che segnerà l’uomo del fare come il più improduttivo in politica, nelle questioni grandi come nelle piccole. Che forse non è un male, ma certo non per il Paese.