Il nostro “americano in Italia”, al secolo Walter Veltroni, forse non conosce bene il mondo che tanto lo appassiona.
Così non sa ( o magari finge di ignorare) che negli States il candidato alla Presidenza sconfitto ha di fronte a sé tantissime possibilità- scrivere le sue memorie, fondare fondazioni o biblioteche, fare il commesso viaggiatore per questa o quella causa, essere “coscienza critica”, fare conferenze a pagamento, aiutare nella scalata alla vetta mogli e figli- ad eccezione però di una, quella di ricandidarsi o, comunque, di riproporsi come leader.
E, invece, il Nostro torna alla carica. E’ vero, si era dimesso, ma forse, o senza forse, si era comportato in modo precipitoso. Perché, nel 2008, aveva vinto, anche se non se n’era accorto; e, comunque, il suo successore- Bersani, non Franceschini- aveva perso, o stava per perdere, più di lui.
Per un osservatore esterno, sembra la lotta tra il peggio e il meno peggio. Resta però da dire qualcosa sui criteri di valutazione adottati da “Uòlter”.
“Torturate a sufficienza le cifre e vi diranno ciò che volete”, sosteneva Churchill. E il nostro le manovra con grande disinvoltura. Prende cioè in considerazione, come metro dell’in-successo, la sola percentuale del Pd ( un terzo con lui, meno del 30% con Bersani, cancellando il 25-26% con Franceschini) e dimentica quella della coalizione. Dimenticanza grave: almeno in un sistema che non ne vuole sapere di diventare bipartitico. E allora le cifre le ricordiamo noi: 33% al Pd nel 2008, ma a fronte di un dato inferiore al 10% per tutti gli altri ( Di Pietro compreso); oggi, rispettivamente il 28-29% e poco meno del 15%. Il conto complessivo torna ( e rimane insufficiente); mentre muta la composizione. E muta, diciamolo con chiarezza, nel senso di un, relativo, ritorno alla normalità dopo il “disastro ambientale”di due anni fa. Disastro ambientale procurato in larghissima misura dallo stesso Veltroni: prima distruggendo sotto l’inondazione Prodi, il governo, la coalizione e le varie forze che la componevano; poi caricando sull’Arca salvifica il solo Di Pietro; con le conseguenze che sono sotto l’occhio di tutti.
E tutto questo sulla base di un disegno che, si badi, ha perso con l’andare del tempo coerenza e visibilità.
Così si invoca la separazione dai “duri e puri”in nome del rifiuto dell’antiberlusconismo pregiudiziale ( allora il Cavaliere è il “capo dello schieramento a noi avverso”) ma per imbarcare Di Pietro che ne è la quintessenza; si auspica il dialogo sulle riforme istituzionali ma per rifiutarlo qualche tempo dopo; si auspica l’autosufficienza del Pd ma per sostituire il partito in carne ed ossa con una sostanza liquida anzi aeriforme così da risultare invisibile; ci si genuflette dinanzi al bipolarismo ma, con lo stesso fiato, si dice all’alleanza con l’Udc; e, infine, si sostituiscono alle primarie di coalizione quelle di partito ( cosa di per sé assai discutibile) ma per negare poi ogni legittimità politica al vincitore delle medesime ( in una logica, a questo punto, correntizia e autoreferenziale che più vecchia non si può).
Così, al dunque, il messaggio del raduno di Cortona si riassume nella “dichiarazione di guerriglia”permanente nei confronti; colpevole di null’altro in questa fase ( a quanto è dato di capire) che di voler fare il leader normale di un partito normale.
Colpisce che una siffatta brodaglia susciti attenzione anzi passioni all’interno del Pd. Ma forse tutto ciò era scontato. Perché quando ci si rifiuta di parlare dei problemi si litiga sulle persone; e quando non ci si misura sulle cose ci si divide sul tutto e sul nulla.
Matteo Zorzi