Avanti della domenica

N. 28 del 3 ottobre 2010

Alberto Benzoni - L'autocrate impotente
giovedì 30 settembre 2010

Alberto Benzoni

Diceva Gilas – uno che se ne intendeva essendo stato prima collaboratore e poi contestatore di Tito - che “il primo requisito del leader è il senso del pericolo”.
Non stava parlando, naturalmente, dell’ossessione paranoica di chi vede dappertutto nemici e complotti: ma della valutazione razionale delle difficoltà e dei rischi connessi all’esercizio della stessa leadership; e del modo per affrontarli.
Tra questi “incerti del mestiere” ci sono anche le ambizioni dei numeri Due o aspiranti tali. Persone che in vario modo si presentano come alternative al capo, rimanendo peraltro, almeno nelle loro intenzioni, all’interno dello stesso schieramento.
Di qui un conflitto, simboleggiato da figure come Chamberlaine e Churchill e, in epoche più recenti, Mitterrand e Rocard, Gonzalez e Guerra, Chirac e Sarkozy, Kohl e Merkel. Conflitto combattuto con vari mezzi – colpi bassi, tentativi di discredito, sgambetti politici e via discorrendo. Ma entro limiti, anche di metodo, che non possono essere valicati. Nella consapevolezza, propria di ogni democrazia liberale, che la partita è comunque legittima. Insomma che, nel caso specifico, la contestazione del Capo – al di là di ogni considerazione di merito – non rappresenta, comunque, mai un tradimento o un atto di lesa maestà; dando quindi luogo ad un duello in cui l’avversario si sconfigge e non si elimina.
Per gli autocrati e i caudillos di vario tipo queste sfumature invece non esistono. Qui chi contesta, soprattutto, dall’interno, è un nemico da “far fuori”: se gli va bene sarà messo fuori combattimento per questo o quel reato, meglio se comune; nel peggiore dei casi, fucilato o impiccato o con un colpo di piccozza in testa.
Ma c’è anche una terza via. In cui il capo ragiona come un autocrate ma non dispone dei relativi mezzi almeno sino in fondo. Una via esemplificata dallo scontro Berlusconi – Fini.
Qui il numero Due si è comportato secondo il copione corrente: “sto nel centro-destra e ne rispetto la disciplina però rivendico nell’oggi e per il domani la mia diversità”. Mentre è il numero Uno che sta continuando a “pisciare fuori dal vaso”. Perché il suo “senso del pericolo” è insieme gonfiato e attutito da un narcisismo delirante; e perché, conseguentemente, la sua condotta è appunto quella di un autocrate impotente. Chamberlaine e Chirac avevano in Churchill e Sarkozy due nemici, politici e personali; ma mai si sarebbero sognati di chiederne l’espulsione per tradimento. E di perseguirne poi l’eliminazione politica o l’assassinio mediatico.
In questo senso la decisione del comitato di presidenza del Pdl di fine luglio e la successiva e maniacale campagna de ‘Il Giornale’ e di ‘Libero’ rappresentano, credetemi, una novità assoluta: mai visto (almeno in un contesto di democrazia liberale) espellere qualcuno per reati di opinione; mai vista la persecuzione senza fine del medesimo da un giornale diretta emanazione del potere, oggi per comportamenti discutibili di un suo congiunto e domani e sempre per qualsiasi altro motivo.
Statene certi: la persecuzione continuerà, al prezzo di porre fine al governo e alla legislatura. Compromessi dignitosi con Fini erano e sono possibili. E sono auspicati da parti consistenti della maggioranza e, per la verità, anche dalla stessa opposizione; nel logico timore di un appuntamento elettorale lacerante. Ma non se ne vede traccia.
Colpa del “partito dell’amore” e del suo capo: perché questo amore, che è soprattutto amore per se stesso, fa presto a tramutarsi, se non corrisposto, in odio irragionevole.
E perciò le elezioni sono più che mai all’orizzonte. E sarà lo stesso Cavaliere a fissarne data e posta in gioco; e a ricevere quindi, speriamo, la risposta che si merita.