Giuseppe Miccichè
Recentemente l’on. Raffaele Lombardo, capo della Giunta regionale siciliana, ha affermato di voler creare nell’isola i Liberi consorzi dei comuni in sostituzione delle Province. Il richiamo a questo Ente, previsto nell’art. 15 dello Statuto regionale, col quale nell’ambito isolano si aboliscono le Province e si creano appunto i Liberi Consorzi, ha riportato alla memoria di molti il dibattito che ne precedette l’approvazione.
Era il 21 dicembre del 1945 e la Consulta siciliana, cui era stato demandato il compito di elaborare lo Statuto della istituenda regione autonoma, procedendo nell’esame della bozza preparata da una Commissione nominata ad hoc, affrontò una questione estremamente importante: la conservazione o meno delle circoscrizioni provinciali.
L’avv. Giovanni Cartia, che assieme a Francesco Taormina rappresentava il Partito Socialista, riprese la proposta già avanzata in un suo progetto dal socialista Mario Mineo ma respinta dalla Commissione, di sostituire le province con libere aggregazioni di comuni da realizzare sulla base “di comuni interessi”.
La posta in gioco era la conservazione della Sicilia con le pastoie che in passato ne avevano causato l’arretratezza economica e sociale, o la sua liberazione con l’introduzione di riforme e istituti aventi capacità fortemente rinnovatrice.
Le prefetture non avevano nel Sud buona fama: erano state nei decenni post-unitari strumento di orientamento elettorale e di sopraffazione in favore dei gruppi conservatori dominanti - si ricordino in proposito le forti critiche dei socialisti e di Salvemini! - durante il fascismo al servizio del regime.
Era dunque storicamente motivata la richiesta di riforme avanzate dai socialisti. Queste riforme dovevano partire dalla cellula di base attraverso l’inserimento nello Statuto di una riforma articolata sulla libera iniziativa comunale. A tal fine si rendeva necessario sopprimere le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano e sostituirle con un ordinamento nuovo.
“L’autonomia non deve consistere - affermò Cartia - nel distacco di un pò di potere da Roma per passarlo a Palermo”, che sarebbe un “decentramento autarchico centralizzato”, ma “deve segnare una rottura completa col passato. Essa deve iniziare dal basso, abolendo le Province e i Prefetti, “retaggio napoleonico”, esaltando la libertà dei comuni, dotati di ampia autonomia amministrativa e finanziaria, e creando, come Enti intermedi tra questi e la regione, Liberi Consorzi Comunali da aggregare secondo l’omogeneità degli interessi. “Sarebbe assurdo - concluse il consultore socialista rivolto a chi aveva espresso dubbi - che mentre parliamo con tanto calore di autonomia e reclamiamo l’autonomia regionale dallo Stato poi, di un tratto, diventiamo avari e la vogliamo lesinare ai comuni; mentre noi, come regione, risorgiamo e ne facciamo addirittura un campo di profonde rivendicazioni, poi, al momento di concederla, la vogliamo lesinare a chi l’aspetta proprio dalla regione che stiamo costruendo”.
Le argomentazioni di Cartia incontrarono l’adesione di comunisti, azionisti, demolaburisti e democristiani, sì che, prevista la soppressione delle circoscrizioni provinciali, la Consulta affermò che nell’ambito della Regione l’ordinamento degli Enti locali si sarebbe basato “sulla Regione stessa, sui Comuni e sui Liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. Era l’art. 15. La democrazia compiva un passo importante attraverso l’affermazione di un principio fortemente innovatore che apriva al legislatore e ai politici strade nuove di vera democrazia e di progresso.
Sono trascorsi 65 anni da quel giorno, ma le Province sono ancora pienamente operanti e dei Liberi Consorzi nell’isola non c’è traccia.
In una più recente intervista l’on. Lombardo ha confermato la propria idea, ricordando che la delega ai comuni dei poteri sovracomunali permetterebbe tra l’altro un miglioramento dei servizi con una minore spesa, cosa impossibile perdurando il centralismo romano e quello, sostanzialmente identico, regionale.
Alcuni presidenti di provincia hanno subito contraddetto il Governatore, sostenendo l’utilità della Provincia e dicendosi favorevoli alla sua conservazione. La strada indicata dall’art. 15 dello Statuto regionale si presenta perciò non facilmente percorribile ed è certo che occorrerà lottare per raggiungere il traguardo. I socialisti però non devono avere dubbi. Più degli altri essi devono mostrarsi sensibili a un così importante problema e, non dimenticando la posizione sempre tenuta, devono lavorare perchè l’area del consenso attorno alla proposta di abolizione si estenda e irrobustisca.