Alberto Benzoni
La sortita veltroniana è avvenuta in corrispondenza con la proposta del “nuovo Ulivo”. E la coincidenza temporale non è casuale.
Il Nostro è infuriato. E lo si può capire. Perché, come sempre accade, l’aggettivo si mangia il sostantivo: nel senso che l’ipotesi attuale non ha nulla a che fare con quella originaria, formulata da Prodi e Parisi in contrapposizione alla “cosa 2” e (malamente ripresa) nel “partito autosufficiente” del 2008.
Il Professore, e con lui l’area cattolica poteva aderire, prima politicamente e poi organizzativamente, ad uno schieramento egemonizzato dal Pc/Pds solo a condizione che quest’ultimo “disarmasse”ideologicamente ed operativamente. Così, in primo luogo, l’Ulivo doveva essere il punto d’incontro tra forze prive di qualsiasi riferimento alle loro radici (che per il Pc/Pds, già orbato del leninismo e del riferimento all’Urss erano poi quelle socialdemocratiche); in secondo luogo il nuovo partito doveva essere “leggero”, utilizzando le primarie ed ogni altro possibile marchingegno per neutralizzare il peso degli “apparati”.
Come si sa, questo progetto non si è mai materializzato. Ad esso si è poi sostituito, almeno nominalmente, quello basato su logiche di schieramento e su differenze reali: quello della separazione tra sinistra riformista e sinistra radicale; variante successivamente posta in crisi dal primo strappo di Rutelli.
Negli anni successivi, due caricature: l’Unione non come sintesi ma giustapposizione dei diversi; ed il Pd veltroniano autosufficiente per esclusione (si salva solo Di Pietro; nulla di peggio del cinismo degli idealisti).
Oggi si torna al 2004-2005: e cioè su di un Ulivo che riconosce le identità; e, quindi, le differenze.
Sul primo aspetto è stato fatto un primo significativo passo in avanti. Perché Bersani, nei suoi richiami alle radici e nella sua visione dei problemi è già di fatto espressione di quella “deriva socialdemocratica” cui Veltroni e i suoi guardano con orrore; e perché con il richiamo ai socialisti come partner “originali”questa deriva è enunciata apertamente. Finisce la censura sul nome. E, quindi, anche sulla “cosa”.
Sulla questione delle differenze ci sarà invece molto da lavorare. Anche perché la questione rischia di confondersi con quella delle alleanze elettorali. Diciamo allora, da subito che il nuovo Ulivo non coincide affatto con gli schieramenti che l’opposizione sarà in grado di mettere in campo; in un contesto, tra l’altro, in cui la scadenza delle urne è sempre dietro l’angolo e in cui si voterà con l’attuale legge.
E il discrimine non riguarda nemmeno la disponibilità dei contraenti ad entrare nel governo; perché, se la logica fosse questa, avremmo fuori l’ottimo Ferrero ma sicuramente dentro il meno ottimo Di Pietro. E cioè l’esatta antitesi del progetto di sinistra liberale che abbiamo in mente.
E, allora, la differenza sta solo nel progetto; e, qui ed oggi, nelle idee-forza che intende trasmettere.
Un processo non breve. Ma che deve partire da subito. Perché una prima identificazione riformista deve comunque precedere l’inevitabile appuntamento delle primarie; per evitare che quella partita si giuochi tutta in termini di “nuovismo” e di “appeal” televisivo.