Avanti della domenica

Articoli N. 14 del 16 maggio 2010

Da Londra a Roma
Ugo Intini - Come fallisce il bipolarismo
domenica 16 maggio 2010

Il principio base della democrazia è “una testa un voto”. Gli si possono apportare dei correttivi per ottenere la necessaria governabilità ed evitare gli eccessi di frammentazione, ma non al di là di un limite ragionevole, non sino a cancellare la reale rappresentatività delle istituzioni. Il limite è stato ampiamente sorpassato in Gran Bretagna dove, ad esempio, il partito liberale ha ottenuto l’8,7% dei seggi (57 su 650) con il 23% dei voti. Dove ciascuna “testa” liberale è stata dunque contata non un voto, ma un terzo di voto. E dove la testa di un elettore conservatore è stata contata invece quasi quattro volte più della sua. Questo scandalo non è neppure compensato dalla governabilità, perché si è eletto un Parlamento dove nessuno ha la maggioranza assoluta: una bella lezione per i provinciali che per decenni hanno con entusiasmo cercato di imporre all’Italia il pessimo sistema maggioritario all’inglese.

Il partito conservatore viene dichiarato vittorioso e si appresta a governare anche se ha solo il 36% dei voti e se, considerando le astensioni, ha il consenso soltanto del 22% dei cittadini. Al momento, è considerata probabile una maggioranza costituita da conservatori e liberali, ma si può dubitare che possa funzionare, perché essa sarebbe incompatibile con la tradizione e la natura del partito liberale. Oltre che priva di una base programmatica comune. Al contrario, la logica dovrebbe condurre a una alleanza “liberalsocialista”, tra liberali e laburisti. Si potrebbe anzi definire il partito di Clegg il vero movimento liberalsocialista britannico. Ce lo ricorda innanzitutto la storia. L’attuale partito nasce infatti dalla fusione, avvenuta all’inizio degli anni ’80, tra i socialdemocratici di David Owen e i liberali. Owen, Barbara Castle e altri prestigiosi esponenti riformisti uscirono dal partito laburista quando sotto la spinta del segretario Foot esso assunse le posizioni più massimaliste.

Owen, giovane ministro degli Esteri laburista (oggi nella Camera dei Lord) guidò una scissione sostanzialmente giusta, che piaceva proprio a noi socialisti italiani. Io stesso gli feci una lunga intervista dedicandogli un paginone dell’Avanti!, utile a propagandare la nuova strada Lib-Lab assunta con la svolta di Craxi. Owen ci sembrava in quel momento un punto di riferimento e un “testimonial”, come la scuola “fabiana” inglese alla quale si ispirava, ci sembrava un liberalsocialista coraggioso (esattamente come il nostro nuovo corso) in contrapposizione al vetero socialismo e al massimalismo comunista.
E il programma? I liberali sono ferventi europeisti, i laburisti meno e i conservatori niente del tutto. I liberali (come tutti i socialisti europei meno gli inglesi di Blair) si sono schierati contro la guerra in Iraq. Sono giustamente ostili al piano di ricreare con un investimento di decine di miliardi di euro il sistema missilistico nucleare incentrato sui sottomarini Trident: un deterrente da grande potenza globale, anacronistico, al quale i conservatori tengono ancor più dei laburisti, forse rimpiangendo i tempi in cui la Gran Bretagna godeva dello status di impero mondiale. Sono fortemente “verdi” e contro l’espansione dell’energia nucleare. Come ha sostenuto con rimprovero l’Economist nel suo “endorsement” a favore dei conservatori, ”le loro politiche nei confronti del mondo degli affari sono a sinistra del partito laburista”. E infatti il partito liberale non ha mai condiviso l’entusiasmo da neofita di Blair verso il liberismo sfrenato all’americana, che ha portato alla catastrofe finanziaria mondiale.

La Gran Bretagna vorrà, in omaggio alla tradizione e al conformismo, tenersi un sistema elettorale fallimentare e varare un governo senza una base programmatica, tra partiti di segno opposto? E’ in fondo quello che succede con una forte dose di trasformismo anche in Italia, dove gli entusiasti del tricolore (ex fascisti) e i suoi detrattori (leghisti) convivono tranquillamente al governo. Vorrà fingere di non vedere che i tory, entusiasti e sedicenti vincitori delle elezioni, hanno il consenso di poco più di un cittadino su cinque? Gli applausi per i presunti trionfatori nelle elezioni si sprecano anche in Italia, dove la Lega detta legge, impone un federalismo finanziariamente rischiosissimo, mette in pericolo l’unità nazionale, appoggiata da circa un cittadino italiano su quindici (se si considerano astenuti, schede nulle, e le regioni che non hanno votato come Sicilia e Sardegna).

I tabù come quello del bipolarismo, che costringono alla coabitazione tra gli opposti, sono difficili da smontare e quindi è prudente aspettarsi il peggio. Lasciateci però sperare che in Gran Bretagna il bipolarismo vada in crisi con una nuova legge elettorale equa e con la formula “Lib-Lab” (liberali -laburisti) cara da oltre trent’anni ai socialisti italiani. Lasciateci sperare che il nostro bipolarismo, caratterizzato da una “guerra civile strisciante” e dallo strapotere degli estremismi in entrambi gli schieramenti (leghismo da una parte e dipietrismo dall’altra) vada in crisi con il cambio delle regole elettorali (da noi particolarmente infami) e con quel governo di unità nazionale che saggiamente Casini ha appena proposto. Sin dal congresso di Montecatini del luglio 2008, vado avanzando la stessa proposta, ma una posizione allora assolutamente isolata e velleitaria,”di bandiera” e di testimonianza, con il tempo (e purtroppo con i disastri che sono sotto gli occhi di tutti) sta diventando sempre meno irrealistica.


Ugo Intini