Leonardo Scimmi
A lla luce dei recenti avvenimenti che cambieranno lo scenario politico italiano, è importante sottolineare il legame del socialismo con il mondo del lavoro e richiamare l’attenzione sulla necessità, per una forza Riformista, di avvicinarsi al mondo del lavoro con occhi nuovi, moderni, di sinistra.
Strettamente collegato al mondo del lavoro, come ricordato dal Governatore Draghi, è il tema dello sviluppo. Spesso si concentra l’attenzione, a sinistra, sulla necessità di redistribuire, dimenticando che prima di tutto vi è la necessità, in Italia, di un rilancio dello sviluppo economico. La perdita di competitività e la crescita di potenze economiche giganti quali Cina ed India rischiano di innescare per l’Italia un declino irreversibile. Le tutele, pertanto, devono essere oggetto di bilanciamento di interessi con la esigenza della competitività del Paese e del suo sviluppo economico.
Non è una corsa al ribasso nelle regole, ma una presa d’atto della realtà, imminente ed immodificabile. Ma cosa significa, oggi, essere di sinistra?
Come sempre, essere di sinistra significa porre al centro di tutto il tema del Lavoro. Il marxismo, al quale tutta la sinistra europea è più o meno debitrice, non è sbagliato, ma datato. Bernstein lo aveva capito già agli inizi del novecento. Oggi rappresentare il mondo del lavoro e farsi carico delle sue esigenze non è più “lotta al capitale”. I riformisti, nel corso della storia, con i mezzi della democrazia e del dialogo, hanno lottato per l’eguaglianza, per l’aumento dei salari ed hanno conquistato la grande vittoria del Welfare, lo Stato Sociale, al contrario dei comunisti che hanno rifiutato ogni compromesso con il “Capitale”.
Oggi però non basta più la difesa del Welfare. Una mera difesa della situazione attuale sarebbe un tradimento del mondo del lavoro, vorrebbe dire andare contro gli interessi dei lavoratori.
Oggi essere per il Lavoro significa essere per lo sviluppo e per la competitività del nostro Paese nello scenario internazionale, nel quadro di un’Europa in futuro, si spera, federale. Ed è un valore di sinistra.
Oggi non è più possibile dividersi semplicemente fra destra e sinistra, in un’ottica lineare dove a destra prevale una visione egoistica ed a sinistra una visione solidaristica. Oggi occorre leggere la realtà con un approccio tridimensionale, dividendo le rappresentanze politico culturali tra chi è conservatore, chi innovatore e chi fondamentalista.
I conservatori resistono al cambiamento, è legittimo e naturale. Gli innovatori forzano e spingono per il cambiamento, che crea problemi conseguenti, e va gestito, ma è, altresì, necessario. I fondamentalisti sono contro la razionalità, credono in un mondo altro, fuggono la realtà con l’utopia. I riformisti di sinistra sono innovatori, spingono per il cambiamento, fedeli alla visione solidaristica, interpretano il presente e trovano soluzioni razionali.
Gli innovatori sono la forza che cambia, che paga le difficoltà del cambiamento, che lo governa con rigore, rischiando di perdere il consenso come avvenuto in Germania con la Agenda 2010 per il Cancelliere Schroeder – criticato da destra e soprattutto da sinistra e sindacati per la attuazione di un programma di austerità applicato allo stato sociale (Riforma Hartz IV).
Oppure si può governare il cambiamento con il rigore necessario a non indulgere nella demagogia ma guadagnando allo stesso tempo il prezioso consenso del popolo, depositario del potere, come nel caso emblematico del referendum sulla abolizione dei punti della scala mobile.
Si può essere, quindi, di sinistra perché solidali, innovatori perché non conservatori, razionali perché non fondamentalisti. La lotta degli innovatori è contro il conservatorismo di destra e contro il conservatorismo di sinistra.
Tra gli obiettivi degli innovatori, in Italia, vi è il convincere gli altri della necessità di puntare sulla ricerca e sulla istruzione. E’ finita l’era del learning by doing. Il sistema di istruzione italiano, per esempio, è inadeguato alle esigenze del mantenimento della competitività del Paese. Quanto ai giovani, sempre menzionati, mai realmente valorizzati, essi si dividono, di fronte al veloce mutare del mondo di questi ultimi anni, in ribelli, che si scontrano col sistema e lo rifiutano; raccomandati, che sfruttano vie brevi per la tranquillità o il benessere economico; emigranti, coloro che cercano soddisfazione in altri Paesi, dove merito e capacità sono premiate. Manca, con tutta evidenza, in Italia, la quarta opzione, che dovrebbe consentire ai giovani di realizzare i propri meriti e le capacità in Italia, senza sentirsi sfruttati o frustrati. Ne guadagnerebbe anche il Paese.