Giuseppe Miccichè
Da molti anni ormai si lamenta un sempre maggiore distacco dei cittadini dai partiti e più in generale dalla vita politica, di cui l’astensionismo è considerato una della più cospicue manifestazioni, individuabili, tra l’altro, negli 8 punti in meno registrati nelle più recenti elezioni rispetto alle regionali del 2005, e nei 6,1 in meno rispetto alle europee.
Senza distinzione di età, sesso, attività, condizione sociale, moltissimi cittadini rimangono sordi agli slogan dei partiti, ne ignorano le (invero rade) riunioni, e in occasione di tornate elettorali disertano le urne non dando alcuna importanza a quei momenti che sono tra i fondamentali in un sistema democratico, o votano non secondo una motivazione ideale, ma per mero opportunismo, per gretto utilitarismo.
Quali sono i motivi che hanno determinato questo distacco? Un tempo si sarebbe posto l’accento sull’analfabetismo e sull’ignoranza, che rendevano scarsamente sensibili alla vita pubblica e tenevano lontani dalle urne altissime percentuali di elettorato. Quei tempi per fortuna sono molto lontani, superati da un positivo avanzamento civile della società.
Oggi i motivi sono di altra natura: attengono infatti da una parte al comportamento di un certo numero di “uomini della politica” nell’esercizio delle loro funzioni, che induce la gente comune a esprimere, generalizzando, giudizi assolutamente negativi sull’intera classe politica, dall’altra agli effetti di una legislazione che restringendo gli spazi di democrazia espropria i cittadini dei loro diritti di protagonisti della vita democratica, mentre eleva nuovi muri a protezione di esclusivismi e abusi.
La gente comune, l’uomo della strada tende ormai a identificare la politica con il regno della illegalità, della impunità, del privilegio, e vede nei dirigenti di partito, nei parlamentari, negli amministratori di enti individui che, non sempre pervenuti ai vari livelli per selezione e crescita dal basso, si servono delle cariche per soddisfare interessi propri o di amici e amici degli amici, mentre trascurano quelli della collettività.
Esempi capaci di alimentare simile giudizio purtroppo non ne mancano. Quotidianamente e ampiamente pubblicizzati dalle cronache giornalistiche, essi contribuiscono a sollecitare l’antipolitica e l’antiparlamentarismo, vecchi mali rimasti per decenni vivi e visibilmente cresciuti in tempi di diffuse difficoltà e di crisi come quelli che stiamo vivendo.
Vanno poi considerati altri dati di altra natura ma di grande importanza.
Nell’arco di un ventennio sono scomparsi i controlli preventivi sugli atti amministrativi, che davano una certa garanzia di legalità, e di conseguenza si sono creati quelli che l’opinione pubblica definisce “i regni della disinvoltura e della impunità”.
Sul piano elettorale, attraverso una serie di riforme e riformette sono state abolite la proporzionale e le preferenze, che permettevano la scelta della formazione politica e dei candidati idealmente più vicini e graditi all’elettore, è stata introdotta la lista bloccata e nella pratica dei partiti si è generalizzata la tendenza a “calare dall’alto” non pochi candidati e di fatto “imporli” al territorio.
Via via allontanati dalla politica attiva, espropriati di ogni diritto di controllo e di partecipazione, costretti a una umiliante passività e assolutamente demotivati, molti elettori guardano con avversione e anche con disprezzo alla politica e nel momento elettorale optano per l’astensione.
Se si vuole pertanto che lo strappo nella fiducia dei cittadini per la classe politica venga ricucito, che il fossato (tale è veramente divenuto!) creatosi nel tempo venga colmato e si ricostituiscano le condizioni per un rapporto positivo, è necessario reintrodurre i controlli preventivi sugli atti amministrativi là dove sono stati aboliti, restituire nelle istanze di base i vecchi diritti di “partecipazione determinante” alla scelta dell’indirizzo politico e alla selezione dei quadri, attuare una riforma della legge elettorale in senso realmente democratico, che superando l’egoismo delle maggiori formazioni politiche reintegri i cittadini nel diritto di scelta di partiti e candidati,
E’ necessario infine rinunziare a “privilegi di casta” che qui non elenchiamo essendo troppo noti, e che la gente comune non potrà mai comprendere, checché si dica per giustificarli. (C’è una misura nelle cose di cui i politici, e i parlamentari più in particolare, devono tener conto!).
Senza questo ristabilimento generale della legalità e della eticità, senza la reintegra dei cittadini nei loro diritti, il distacco di cui abbiamo parlato crescerà ulteriormente, cresceranno gli spazi di disamore e indifferenza e si determinerà alla fine una totale delegittimazione del personale politico e la scomparsa di ogni segno di democrazia partecipata.