Avanti della domenica

N. 26 del 19 settembre 2010

Libia, Turchia, Medioriente
Luca Cefisi - Italia e Ue senza una SuedPolitik
mercoledì 15 settembre 2010

Luca Cefisi

Come socialisti italiani, stiamo riproponendo e riproporremo con tutte le nostre forze il tema di una politica mediterranea per il nostro Paese. E’ evidente che l’intera Unione Europea ha bisogno di una SuedPolitik, come negli anni ‘70 e ‘80 l’Europa, sotto la guida di Willy Brandt e di Bruno Kreisky, ebbe una OstPolitik.
Quella politica mediterranea che certamente i governi italiani degli anni 80, e tra questi con più efficacia quello guidato da Craxi, seppero affrontare, sia verso il Mediterraneo che verso i Paesi poveri, questione che allora si affrontava soprattutto in termini di cooperazione allo sviluppo.
Oggi, c’è la questione delle migrazioni (che sono, al contrario di quanto si crede, un esito dell’accresciuto sviluppo, esito di economie un tempo isolate che si integrano nel mercato-mondo); quella dell’allargamento alla Turchia dell’Unione Europea; quella del processo di pace in Medio Oriente; quella di un rapporto di rinnovata amicizia e cooperazione con i nostri vicini paesi arabi, in nome della comune difesa dal fondamentalismo e della crescita dei diritti umani e della democrazia.
Soltanto sull’ultimo di questi ambiti, Berlusconi e Frattini si sono segnalati, con le nuove relazioni italo-libiche, facendo certamente una cosa buona nel riconoscere ad alta voce le responsabilità storiche, troppo spesso rimosse e sottaciute, del colonialismo italiano, ma poi mostrando troppa italica furbizia.
Si sono accantonati del tutto i diritti umani, e si sono spesi molti denari per pagare a Tripoli il “lavoro sporco”. Per tranquillizzare le isterie xenofobe di qualche sindaco leghista ci si è gloriati della fine del flusso dolente di esuli, ma a quale prezzo, sia finanziario che in termini di lacrime, e persino di sangue? L’ultima gaffe: per giustificarsi delle raffiche contro un peschereccio italiano, si è detto che era un equivoco, si pensava che fosse “solo” una nave di profughi…
In Turchia, il grande referendum popolare, anche se ha spaccato i laici turchi (consentire o no all’attuale governo “demoislamico” la guida delle riforme?) è stato apprezzato a Bruxelles. L’Italia tace, anche qui per non far insorgere i vari Borghezio che si trastullano con Lepanto, il Leone di Venezia contro il Turco e simili antiquariati.
Infine, in Medio Oriente, l’atteggiamento di sostegno unilaterale ad Israele, di contro alla tradizionale “equivicinanza” dell’Italia verso due popoli, l’israeliano e il palestinese, egualmente amici ed egualmente necessari a un futuro di pace, ha reso Roma, semplicemente, ininfluente. Eppure, la recente dichiarazione del ministro laburista Barak, che ha riaperto la possibilità di trattare su Gerusalemme (sollevando ovviamente polemiche con i partner di governo conservatori) indica un futuro possibile, che occorre avere il coraggio di indicare. Gerusalemme è il vero nodo dov’è bloccata la pace tra Palestina e Israele.
E’ anche il luogo simbolo di un Mediterraneo possibile, plurale e condiviso.
Intorno a queste prospettive, alleanza di civiltà, tolleranza, pace, partnership, l’Italia dovrà ritrovare la propria voce.