Avanti della domenica

N. 25 del 12 settembre 2010

Dal 1994 non c’è più quell’area che dopo il 1946 rese migliore l’Italia
Vincenzo Caciulli - Una forza Lib Lab per far ripartire l’Italia
mercoledì 8 settembre 2010

Vincenzo Caciulli

La violenta crisi politico-istituzionale in corso è l’ennesima riprova della crisi di sistema che attanaglia il Paese da almeno tre lustri. Una crisi globale che riguarda strutture e sovrastrutture, economia e società, rappresentanza e istituzioni. Chi ha gestito il governo nazionale negli anni successivi a tangentopoli, a destra come a sinistra, non ha colto la necessità di dare all’Italia un futuro modellato su standard europei e internazionali. La fuoriuscita dalla prima fase della vita repubblicana comportava nuovi assetti politico-istituzionali, nuove regole per l’economia e le relazioni sindacali, una giustizia efficiente e non politicizzata, nuove concezioni per la scuola, la formazione, la ricerca, una burocrazia di qualità e servizio. Non occorreva solo una nuova Costituzione. Bisognava fuoriuscire dalla palude consociativa degli anni ’70 del Novecento, dallo stato assistenziale demo-comunista, dall’indulgenza verso il familismo, le corporazioni, gli interessi particolari, la strage di regole e del diritto.
Oggi, tutti particolarismi nazionali (di classe, territoriali, d’interesse) ritornano sul tappeto sospinti dalla crisi economica e in rivolta rispetto alle doverose misure di rigore finanziario. Aggravati e incattiviti dalla politica “nuova” post 1994, quella del populismo sguaiato, della retorica novista e giovanilista, dell’incapacità – a destra come a sinistra – di capire ed unificare una società sempre più frantumata e individualista. Una società che rifiuta le antiche rappresentanze (politiche, sociali, economiche e religiose) e pratica solo qualche forma di nostalgia degli antichi valori comunitari.
Alla crisi di sistema non sarà facile dare una risposta ma nessuna risposta è possibile in questo quadro politico e con queste forze politiche.
Dal 1994 sono venute a mancare quelle forze laiche, liberali, radicali e socialiste, quell’area Lib/Lab per intendersi che pur schiacciata dalla Balena bianca da un lato, dalla chiesa comunista dall’altro, era riuscita dopo il 1946 a migliorare l’Italia, a renderla più moderna, a realizzare un’equa distribuzione delle risorse, a garantire quei servizi essenziali che fanno un paese civile. Quelle forze che raccoglievano il 20% dei voti popolari e condizionavano gli equilibri politici. Apparentemente chiusa dal bipolarismo, l’area Lib/Lab ha, tuttavia, potenzialità elettorali e spazio politico. In ogni democrazia occidentale, sono Lib/Lab le terze forze.
Occorre però, per farla vivere, leadership e coraggio, volontà di divenire soggetto politico aggregante e trainante, dignità e idee. Né nel PdL né nel PD o nell’Ulivo risorto è realizzabile il progetto Lib/Lab che può affermarsi se equidistante dai due poli, alleandosi con l’uno o con l’altro a seconda delle congruità dello schieramento e dei programmi di governo.
Ci sono, in Italia, piccole organizzazioni di partito (PSI, PR, PRI e PLI), associazioni e strumenti d’informazione e circolazione delle idee, personalità, che possono originare una fase costituente. Devono uscire allo scoperto i federatori, i leader che uniscono e scommettono sull’intelligenza di una parte dell’elettorato e la voglia diffusa di un’Italia più pulita, equa e giusta. Una nuova e diversa Italia. Oggi, non servono i gestori di sigle e di simboli da trapiantare dove fiorisce qualche poltrona. Non servono ai partitini e ai loro militanti né all’Italia.