Claudia Bastianelli*
Come donna mi sento particolarmente colpita dalla vicenda di Sakineh.
La pena di morte rappresenta un’orrore della società contemporanea ormai non più accettabile in alcun Paese, ma quando questa viene inflitta ad una donna che, a quanto ci risulta, è innocente dal momento che la confessione è stata estorta con torture, diventa un motivo per combattere senza possibilità di resa.
La lapidazione resta ancore la modalità maggiormente utilizzata per uccidere donne nei Paesi islamici, dove purtroppo neppure l’esecuzione ed il rispetto delle leggi trovano pari applicazione per uomini e donne.
L’adulterio, infatti, viene visto come reato punibile con la pena di morte solo per le donne e ritengo fondamentale che nella battaglia che stiamo portando avanti per Sakineh, non dobbiamo dimenticare, ma anzi rafforzare, l’impegno nei confronti di tantissime altre donne che si trovano oggi nella sua medesima condizione, anche se la loro vicenda, a livello internazionale, non ha lo stesso risalto mediatico.
Questo impegno, come avvenuto lo scorso 2 settembre di fronte all’ambasciata iraniana a Roma, non deve avere un colore politico, ma una valenza interpartitica, che fonda la propria azione nella lotta alla violenza sulle donne, alla pena di morte e al rispetto dei diritti inviolabili di ciascun essere umano.
La difesa di Sakineh- tra l’altro una battaglia dei Giovani Socialisti - rappresenta dunque la difesa della democrazia, della tutela della donna e ciascun Paese ha il dovere morale e civile di portare avanti questa battaglia sino al raggiungimento dell’obiettivo: salvare la vita di Sakineh.
Resp. Pari Opportunità FGS