Non abbiamo condiviso nel merito l’appello promosso da numerosi intellettuali e dirigenti politici, e fortemente sostenuto dai radicali, per l’adozione del sistema elettorale uninominale di tipo anglosassone. Non certo per scarsa simpatia nei confronti dei promotori, dei quali condividiamo molte iniziative e ai quali riconosciamo volentieri la giustezza della motivazione di fondo, cioè quella di superare l’attuale norma e di dare al nostro Paese una legge elettorale finalmente condivisa e durevole. Né tantomeno ci opponiamo alle posizioni espresse dall’appello perché vittime di una sorta di “sindrome di Stoccolma”, che ci spingerebbe a sostenere le idee dei nostri persecutori o presunti tali, come ha maliziosamente osservato Massimo Bordin, un giornalista che stimiamo ma che purtroppo di recente non perde occasione per punzecchiare i socialisti.
La nostra contrarietà di fondo al sistema uninominale anglosassone ha invece ragioni antiche e di fondo, che emersero anche durante il periodo di collaborazione della “Rosa nel Pugno” e che lo stesso testo dell’appello non fa venir meno, ed anzi conferma. Come si può dire che l’uninominale anglosassone restituisce agli elettori il pieno potere di scegliere il governo?
Quel sistema può avere, come tutti i sistemi elettorali, pregi e difetti. Ma di sicuro questo non è un suo pregio in quanto per sua stessa natura può non dare maggioranze affatto, o dare maggioranze diverse tra le due camere, o portare alla parità tra schieramenti o ad altre numerose varianti. Tra l’altro non chiede all’elettore di pronunciarsi sul governo del paese bensì sui candidati di collegio, ed è proprio questo pronunciamento “a prescindere”, che dovrebbe premiare le qualità personali e il radicamento sul territorio del candidato, uno degli argomenti di punta degli “anglosassoni”. In realtà anche loro sanno bene che le cose in Italia funzionano diversamente: il voto dei cittadini nelle elezioni politiche tende invece a “prescindere” dal candidato e a pronunciarsi sulle opzioni nazionali. Nella situazione politica attuale del paese questo significherebbe una rappresentanza quasi monocolore nel nord Italia, altrettanto monocolore ma di segno opposto nelle cosiddette “regioni rosse” mentre probabilmente sarebbe rafforzata in alcune zone del Sud l’influenza elettorale della criminalità organizzata. Si vuole questo? Qualcuno ha dimenticato o non ha riflettuto a sufficienza sul 61 a 0 delle elezioni siciliane a collegio uninominale? In quella occasione i candidati dei singoli collegi fecero qualche differenza?
Ancora più singolare è l’argomento contenuto nell’appello secondo il quale il sistema uninominale “promuove la laicità dello Stato”. Su quali basi i promotori fondino questa convinzione non è dato sapere. Dovrebbero invece ricordare che gli elettori, nel periodo del Mattarellum, furono spesso costretti alla scelta tra un clericale di centro destra ed uno di centro sinistra. Questa volta si potrebbe avere una terza opzione, vale a dire un clericale terzopolista di osservanza casinian-rutelliana. Si tratta di uno scenario improbabile? Né riteniamo che queste evidenti distorsioni, e non sono le sole, sarebbero risolte dallo svolgimento delle primarie, che tra l’altro farebbero di sicuro venire meno un altro caposaldo dell’appello, e cioè la riduzione del costo delle campagne elettorali.
Noi socialisti continuiamo a ritenere, come ha ribadito Nencini nella sua intervista a Repubblica e su queste pagine, che un sistema proporzionale con sbarramento sia il più adatto al nostro Paese. Del resto è in vigore, con poche varianti e senza grandi contestazioni, nelle elezioni amministrative ed europee e in quasi tutte le Regioni. In tale sistema possono essere utilmente inseriti il voto di preferenza o anche elementi di uninominale, presenti ad esempio nell’attuale legge provinciale o in quella in vigore per molti anni per l’elezione del Senato. Di tutto questo si può e si deve discutere pacatamente, così come dell’utilità dei premi di maggioranza, coinvolgendo tutte le forze ed i cittadini, senza farsi guidare dal proprio interesse di parte e senza pretendere di avere la verità in tasca. Elementari verità che dovrebbero valere per tutti, compresi gli uninominalisti anglosassoni.