Avanti della domenica

N. 24 del 25 luglio 2010

Dopo il Congresso
Alberto Benzoni - L'isolamento è finito
mercoledì 21 luglio 2010

Nella sua introduzione, Riccardo Nencini aveva collocato Montecatini sotto il segno della discontinuità. Una discontinuità, nell’immediato, nei rapporti con il mondo esterno e sul terreno della capacità di iniziativa; rinviando, invece, ad una fase successiva le questioni, diciamo così, di “linea politica”.
In chiaro, la leadership precedente aveva sempre oscillato tra la ricerca di sempre nuove opzioni strategiche esterne al percorso socialista e la rivendicazione, in chiave puramente identitaria, dello stesso “socialismo”. Conducendo, alla fine, il partito in un vicolo cieco segnato dall’isolamento politico e da una forte sofferenza organizzativa e psicologica.
C’erano, a quel punto, tutte le premesse per un irreversibile processo di riflusso e di disgregazione.
In tale situazione non erano praticabili grandi disegni e/o terapie risolutive. Mentre erano invece necessari trattamenti d’urgenza e pratiche riabilitative. Fuor di metafora, i socialisti dovevano uscire dall’isolamento e, nel contempo ritrovare le vie dell’iniziativa al centro e, soprattutto, alla periferia; percorsi suscettibili di restituirgli l’indispensabile autostima.
In questo senso, il congresso del 2010 era l’occasione per un primo bilancio. Un bilancio che secondo il frasario del politichese, potremmo definire “complessivamente positivo, con l’apertura di nuovi problemi e con persistenti zone d’ombra”.
Primo: il paziente non soffre più d’isolamento. A Perugia sono venuti tanti leader: da quelli più importanti- come Bersani e Casini-a quelli di formazioni piccole o magari solo simboliche, forti però del loro nome e della loro vicinanza con le nostre posizioni. Nessuno di loro si è limitato alle formalità: tutti hanno enunciato (chi più esplicitamente, come Rutelli e il radicale Staderini, chi molto meno, come Bersani) opinioni e progetti che includevano, in qualche modo, il Psi e il suo futuro. Inutile aggiungere che le prospettive delineate erano di segno diverso se non sommario: è il segno della drammaticità della fase che vive il nostro Paese; da una parte la crisi irreversibile della leadership berlusconiana e del “bipolarismo all’italiana”, dall’altra la più totale incertezza sui suoi possibili sbocchi.
Secondo: il paziente sta recuperando fiducia. Non ancora in sé stesso: diciamo in quello che i socialisti sono e rappresentano qui ed oggi. Ma certamente in quello che potrebbe diventare. Per dirla in sintesi, cominciamo a vedere il socialismo non come una cosa del passato, destinata, tutt’al più, a definire una identità psicologica; ma come una possibilità per il futuro, suscettibile di interessare la generalità dei cittadini.
Rassicuratevi: non stiamo di fronte ad un esercizio di “training autogeno”. Registriamo piuttosto la percezione, confusa quanto profonda, del venir meno ai paradigmi ereditati da Tangentopoli, che puntavano insieme alla cancellazione del nome e della cosa socialista. Così è nella sua fase terminale un sistema bipolare che ha portato gran parte dei socialisti versi la servitù (molto) dorata della corte berlusconiana; mentre ha costretto i socialisti rimasti fedeli alla loro storia ad una vita difficile in un centro-sinistra sospettoso ed ostile. Mentre, per altro verso, torna ad emergere, e con la prepotenza dei fatti, una questione, insieme sociale e democratica, segnata da decenni di regressione drammatica.
In politica non vale, purtroppo, il principio della “reazione uguale e contraria”. In altre parole, se il nome e soprattutto la “cosa socialista”, sono stati le grandi vittime della “seconda repubblica”, la fine prossima ventura di questa non coinciderà con la rivincita. Sarà però un’occasione per tornare in campo. Che è stata percepita dal congresso. C’è, oggi, la consapevolezza delle sfide che ci attendono: anche se il libro delle possibili risposte è ancora tutto da scrivere.
Terzo, ed ultimo punto: il nostro paziente non ha ancora ripreso a camminare. Vige qui, e come, il principio di inerzia. Ci muoviamo, e da anni, intorno al principio del “primum vivere”, e a tutti i livelli: con il progressivo venir meno del “senso del partito” e nella sua capacità / interesse a comunicare con il mondo esterno e nello stesso suo cemento comunitario. Processi desinati, per lo stesso principio d’inerzia all’affermazione sempre più marcata del principio di autotutela della persone e dei gruppi.
Viviamo, da questo punto di vista, una situazione di vera e propria emergenza. Il tema è stato affrontato dal congresso; e, ciò che più conta, ripreso senza veli pietosi da Nencini nelle sue considerazioni conclusive. Giusto così: perché ignorarlo significava, di fatto, ritenere la decadenza irreversibile o, peggio, irrilevante.
Qui non erano ipotizzabili “soluzioni miracolo” suscettibili d’un colpo di farci risalire la china. L’importante era cominciare ad interrogarsi sui criteri di una possibile inversione di tendenza: criteri tutti riconducibili alla capacità di indirizzo e di rappresentazione politica del nuovo gruppo dirigente.
“Non porteremo il Psi da nessun’altra parte, ha detto Nencini. E questo significa tante cose: la prima delle quali è la voglia di camminare con le nostre gambe. Perché è un conto lavorare, insieme ad altri, per risolvere i problemi del paese; tutt’altra cosa, invece, rimanere fermi in attesa che gli altri risolvano i nostri problemi.