Avanti della domenica

N. 22 dell'11 luglio 2010

Antonio Matasso - Un “tagliando” per l’autonomia siciliana
mercoledì 7 luglio 2010

Il 15 maggio scorso è stato celebrato, in verità con la sordina, il sessantaquattresimo anniversario dello statuto siciliano, il patto tra il popolo siciliano e lo stato italiano preesistente alla stessa Costituzione della Repubblica. Come ogni anno, la ricorrenza ha offerto l’occasione per domandarsi una volta di più se la Sicilia, che tra le regioni a statuto speciale vanta l’autonomia più ampia, abbia o no beneficiato pienamente dell’applicazione della sua carta fondamentale.
Ripercorrendo a ritroso la storia autonomista, si ha l’impressione che vi sia stata sempre un’ingerenza del potere centrale volta ad evitare che la Sicilia si prendesse tutte le libertà che lo statuto le riconosceva. Basti pensare alla resistenze che qualunque governo nazionale ha fin qui opposto all’applicazione della disposizione statutaria che riconosce al presidente della Regione il diritto di partecipare, peraltro con il rango di ministro, alle riunioni del governo, esercitando il voto deliberativo sulle materie che riguardano la Sicilia.
Poggiandosi sulla sua incompleta applicazione, non manca puntualmente chi sostiene che l’autonomia siciliana non sia servita come fattore di progresso, ma che anzi sia stata d’intralcio. La logica conseguenza di un simile ragionamento sarebbe l’abolizione dello statuto. Ma siamo davvero sicuri che, in un contesto istituzionale in cui la riforma del titolo V ha determinato una sorta di “specialità diffusa” per tutte le regioni, la soluzione migliore sia cancellare con un colpo di spugna sessantaquattro anni di pur imperfetta autonomia?
C’è bisogno di un “tagliando”, allora. Forse è il caso di pensare ad una ulteriore e nuova stipulazione con lo stato centrale. Visto che le regioni a statuto ordinario rivendicano sempre maggiori competenze, è la sinistra riformista che deve iniziare ad interrogarsi su una nuova autonomia che valorizzi in maniera adeguata le specificità siciliane. Pensiamo solo agli spazi per una rimodulazione della specialità che possono aprirsi con la zona di libero scambio euromediterranea, ancorché in ritardo nella sua attuazione, soprattutto con riferimento alla fiscalità di vantaggio.
Naturalmente, occorre una forte volontà politica. C’è da augurarsi che, soprattutto all’interno di una sinistra troppo spesso centralista, possa aprirsi, senza fretta e pregiudizi, la discussione su una rinegoziazione più profonda dello Statuto, che tenga conto dei nuovi scenari che si profilano con il partenariato euromediterraneo ed in seguito all’entrata in vigore del nuovo trattato costituzionale dell’Unione Europea.