Un piccolo partito che sta fuori del Parlamento e quindi fuori dalla tattica politica quotidiana può vedere meglio di altri ciò di cui il Paese ha bisogno: una presa di coscienza e una scossa, due obbiettivi ai quali il nostro congresso è chiamato a dare un contributo.
Circola su Internet un filmato che bene si attaglia alla situazione italiana. Gettate una rana nell’acqua bollente:con un salto balzerà fuori e si metterà in salvo. Mettete invece la rana nell’acqua tiepida e fatela diventare bollente a poco a poco. La rana si abituerà, senza rendersi conto che la temperatura sta diventando intollerabile, lentamente si lascerà bollire e morrà senza reagire. La nostra società è purtroppo da anni in questa situazione. Il Paese scende in una crisi sempre più profonda (economica, politica e morale) senza reagire, perché giorno dopo giorno si è abituato ormai a considerare normale una situazione che invece non lo è. Muore senza più la forza di saltare fuori dall’acqua.
Provate un mattino a guardare i quotidiani italiani accanto a quelli di qualunque altro Paese. C’è tra loro un abisso. Soltanto in Italia ogni giorno è rissa continua intorno a temi unici al mondo, a polemiche e smentite, a insulti e esagerazioni, raccontati con titoli dagli stereotipi ridicoli.
Ovunque si dibatte di politica estera e di crisi finanziaria, da noi ci si accapiglia su intercettazioni e processi. Berlusconi dice che la colpa è dei giornali. Certamente su questo ha una parte di ragione: in nessun Paese al mondo i quotidiani sono furiosi protagonisti della lotta politica come in Italia, quasi ciascuno con la sua casacca di fazione. Ma i giornali purtroppo riflettono il più generale clima avvelenato del Paese (e anche l’assenza della politica vera, che porta quindi una lotta politica anomala a riemergere in sedi improprie, diverse da quelle istituzionali e di partito).
Da tempo parliamo della guerra civile strisciante tra due eserciti contrapposti cui il bipolarismo all’italiana ci ha condannato. Ma adesso le guerre civili si sono moltiplicate. Guerra non solo tra le due coalizioni, ma all’interno di ciascuna. E guerra nella società stessa, con lanci di pietre di tutti contro tutti. Un giorno contro i giornalisti, poi contro i magistrati, poi contro i dipendenti pubblici fannulloni, poi contro i commercianti esosi, poi contro gli industriali evasori fiscali, poi contro i sindacalisti trasformati in casta, poi contro i professionisti corporativi, poi contro gli operai massimalisti, poi contro i dirigenti che guadagnano troppo, poi contro i pensionati parassiti, poi contro i giovani bamboccioni. Sempre, naturalmente, contro i politici.
La società italiana in tal modo si frammenta e disgrega,senza possibilità reale di governo (per qualunque maggioranza, di destra come di sinistra) e senza la capacità non di risolvere, ma neppure di vedere i problemi veri del Paese.
Una piccola parte degli italiani fa il tifo per questa o quella fazione, partecipa incattivita a questo o quel lancio di pietre. Una parte più numerosa legge sempre più disgustata e confusa i giornali specchio della rissa continua. Una parte ancora più numerosa non li legge nemmeno più (non almeno nella parte dedicata alla rissa), rifiuta allontanandola anche dalla vista una realtà insopportabile genericamente avvertita come la sempre più odiata “politica”, si rifugia nel proprio lavoro e nella propria vita privata. La nave affonda non mentre si balla sulla tolda del Titanic (almeno per il momento si ballerebbe). No, mentre a bordo tutti si accapigliano senza accorgersi che nel frattempo nessuno sta al timone.
è tempo che la rana si renda conto che la situazione è intollerabile, che l’acqua ha raggiunto una temperatura mortale, che bisogna saltare fuori dalla pentola (e gabbia), ovvero dal sistema politico attuale, sino a che si è in tempo. Questa è la presa di coscienza,che può essere favorita da una scossa. La scossa deve spingere a un cambiamento radicale, che per quanti hanno buon senso è ormai il passaggio dalla fallimentare seconda Repubblica alla terza. Per molti è invece una fuga in avanti lungo la china della seconda Repubblica, nata non a caso anche sotto la spinta del fenomeno leghista. è la china sempre più ripida che porta al precipizio finale, ovvero al cosiddetto federalismo: la panacea del momento che si prepara sotto il ricatto di Bossi. E che potrebbe diventare realtà anche sull’onda di una rassegnazione distruttiva, particolarmente amara nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, condensata in un pensiero ormai sempre più diffuso, così riassumibile: l’Italia come Nazione è fallita, prendiamone atto e torniamo alle identità locali.
Attenzione però. Il calcio è spesso la metafora della vita. In tutto il mondo, si guarda in abbonamento alla TV il campionato italiano e i ragazzi, da Abu Dhabi a Sidney, dicono: le squadre di club, a cominciare dall’Inter campione d’Europa, giocano meglio della Nazionale. Vero. Nel calcio,il federalismo è già cominciato. I team delle nuove repubbliche rinascimentali e dei loro signori,come i Moratti di Milano, sono di maggiore livello. La Lombardia ha riso insieme all’Inter un mese prima che l’Italia piangesse insieme agli azzurri. Ma attenzione. I ragazzi che vedono le nostre partite di serie A, che mangiano italiano, vestono italiano, vengono a fare i turisti in Italia,continueranno a farlo (e ad abbonarsi al campionato italiano) sino a che l’Italia sarà di moda. Ma le figure miserabili come quella in Sud Africa fanno svanire la moda. Quando la Nazionale è sconfitta sono sconfitti anche tutti i signori locali. Qualche equipe di economisti calcolerà presto quanto ha perso in denaro il made in Italy dopo il disastro degli azzurri. E quanto hanno perso le arroganti repubbliche locali come quella, appunto,dei signori di Milano: le più capaci di esportare e quindi le prime a essere colpite. Una città italiana può essere la città campione d’Europa. Ma una Nazione europea può essere campione del mondo. E questo conta immensamente di più.