Avanti della domenica

N. 13 del 9 maggio 2010

Dall'unità d'Italia al federalismo, il risultato non cambia
Marco Di Lello - Tanto pagano sempre i cafoni
domenica 9 maggio 2010

Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani”: cosi Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio commentò l’avvenuta unificazione del Regno avvenuta il 17 marzo del 1861. Più scettico fu invece Camillo Benso conte di Cavour, statista di rango europeo e primo ministro dell’unificazione: di lui Indro Montanelli scrisse che solo dopo l’unificazione, Cavour scese a visitare Bologna, Firenze e Pisa, ma oltre l’Arno non andò mai. E al ritorno disse al suo segretario: “Meno male che abbiamo fatto l’Italia prima di conoscerla”. Un po’ come la trota Bossi...
A rileggere le dichiarazioni sui quotidiani di questi giorni sembra che un secolo e mezzo non siano mai trascorsi ed ancora lungo sia il cammino per una vera unità d’Italia.
Le parole del Presidente Napolitano, le celebrazioni del 150° anniversario rappresentano dunque un occasione di riflessione utile sul cammino fatto e su quello da farsi: il nostro paese appare infatti sempre più una nazione senza missione, obbligata ad una transizione lunghissima ed estenuante e governata ormai, ai diversi livelli, da vertici separati dai corpi assembleari oppure in conflitto con essi. Aumentano i segni di molteplici frammentazione: tra il Nord ed il Sud, tra classi sociali, tra giovani ed anziani, tra italiani di nascita ed italiani d’adozione.
Alla questione meridionale, che venne denunciata per la prima volta nel 1873 da un deputato al parlamento italiano, intendendo con essa la disastrosa situazione economica che si era venuta a creare nel Mezzogiorno d’Italia a seguito dell’unificazione italiana, si contrappone oggi una questione settentrionale, con un partito, la Lega Nord, che pone il problema secondo lo schema: maggiore autonomia, federalismo fiscale, gestione autarchica del territorio.
A seconda del punto di vista da cui si vuole guardare appare evidente che entrambe le questioni denunciano, pur per ragioni diverse e a 150 anni di distanza, la debolezza dello Stato.
Agli albori della nascita il nuovo Stato reagì adottando un modello amministrativo di tipo dirigista e autoritario, in cui le autonomie locali venivano sottoposte al rigido controllo del governo centrale, oggi si propone la ricetta opposta, perchè opposti, in realtà sono gli obiettivi
La lega Nord ha fatto della dissoluzione dello Stato unitario la propria ragion d’essere, scrivendolo, nero su bianco, nel proprio statuto: chi, nella maggioranza di governo, finge di scandalizzarsi dinanzi le sparate dei Calderoli, dei Bossi e dei vari colonnelli leghisti, mente sapendo di mentire.
Il rischio concreto di questa debolezza dello Stato è che oggi, come nel 1861 a pagare siano sempre gli stessi: gli abitanti di quei territori del Mezzogiorno, che, abituati dai Borbone a costruire la propria economia sull’intervento pubblico, hanno scelto, in tutti questi anni, governanti incapaci di farli camminare sulle proprie gambe.
L’Italia di oggi ha un PIL pro capite superiore alla media dell’Unione Europea (103,8%) ed un tasso di disoccupazione al 2009 del 7,9%: il Mezzogiorno è invece ancora molto al di sotto, basti pensare ai risultati della Sicilia (66,9 % del Pil UE e 14,3 disoccupazione), della Puglia (67,4 e 13,6), della Calabria (67,0 e 11,7) e così via; numeri impressionanti che hanno fatto dire ad Enrico Letta che “se si estrapolano le medie macroeconomiche della Campania da quelle dell’intero paese l’effetto è una media nazionale che ci fa superare Francia e Germania”: una riflessione inappuntabile che tradisce la visione di un Mezzogiorno zavorra.
Giustificare oltre un secolo di vani interventi in favore del Sud, da Francesco Saverio Nitti e la legge per il risorgimento economico di Napoli del luglio 1904 ai Fondi europei dei giorni nostri non è facile, attesi i risultati assolutamente insoddisfacenti, eppure dopo 150 anni un dubbio rimane irrisolto: se la Germania in poco più di 15 anni è riuscita sostanzialmente ad allineare il Pil dell’Est e dell’Ovest mentre l’Italia è ancora così divisa, la colpa è solo dell’inefficiente classe politica ed imprenditoriale del Mezzogiorno o magari questà unità non la si vuole davvero fino in fondo?
Sono giorni di festa, giorni di riflessione; pensiamoci, tanto vuoi vedere che a pagare sono sempre gli stessi?