Come nasce il declino? Perchè un’azienda entra in crisi, un’erosione dapprima lenta ma costante, e poi improvvisamente, cessa di esistere? Le ragioni sono generalmente due: incapacità di adattamento ad uno scenario competitivo che cambia e decisioni sbagliate (o incapacità di decidere) del management. Prendiamo il caso Alitalia: un vettore globale, leader del trasporto aereo, che ad un mutamento del mercato che rendeva più profittevoli i voli a lungo raggio, rispose vendendo le sue pregiate rotte intercontinentali e ripiegando sul mercato interno europeo dove i margini di ricavo sono praticamente inesistenti. Nell’acuirsi della crisi, tutti puntavano il dito contro i dipendenti, che godevano di benefit e stipendi incompatibili con il conto economico, e poco importa che questi privilegi fossero figli di una gestione dissennata. Negli ultimi giorni di Pompei, il management continuava ad assumere esterni, acquistare sedi e a dilapidare risorse.
Voltiamo pagina e passiamo al settore radiotelevisivo. Anche qui il mercato è profondamente mutato: la convergenza delle piattaforme distributive, l’avvento del digitale, la globalizzazione, stanno creando - dopo anni di sostanziale duopolio - una reale competizione tra gruppi editoriali italiani ed internazionali. Si aprono infinite possibilità per conquistare il time budget del pubblico.
Assistiamo ad una polarizzazione dell’offerta basata sul reddito dei telespettatori-consumatori: una tv per ricchi, con delle news ben fatte e programmi ambiziosi, una tv per poveri che scivola sul trash, ha un’informazione faziosa e cerca di rincorrere come puo’ il satellite. Se osserviamo le quote di mercato di Mediaset, notiamo che sta pagando il prezzo più alto all’altare della concorrenza, in parte perchè il suo target di riferimento è lo stesso di SKY, ma soprattutto perchè sta disinvestendo sul prodotto free.
La Rai, dal canto suo, si difende: continua a restare ampiamente sopra Mediaset, anzi, nelle aree all digital sfiora per la prima volta dopo 25 anni il 46% di share in prime time, allarga la sua offerta gratuita a 13 canali, ha un portale Internet e web tv che cresce a ritmi vertiginosi, sperimenta nuove tecnologie come la televisione 3D e il 4 K (altissima definizione), rinnova la sua immagine con un rinnovato sistema di indentità visiva, riuscendo a trovare un faticoso compromesso tra missione di servizio pubblico ed esigenze di audience.
Tutto questo nonostante un’organizzazione demenziale e inefficiente che frena il potenziale dell’azienda, tramite una moltiplicazione perenne (e talvolta comica) degli incarichi e appalti esterni come quello con Mediaset-Endemol. Il prezzo più alto lo pagano coloro che possiedono un’elevata professionalità, in quanto restano improvvisamente senza incarico. Si lavora in uffici fatiscenti, molti dei quali ad alta concentrazione di amianto, con scarso riguardo alla salute dei lavoratori.
Questa volta pero’ il sistema lottizzatorio si è scontrato con il calo delle entrate pubblicitarie ed è diventato insostenibile economicamente.
I vertici Rai di nomina berlusconiana, invece di dare un segnale forte alle risorse interne, hanno scelto la strada opposta bloccando il premio di produzione (prima volta in 40 anni) per i dipendenti di fascia bassa, promettendo di erogarlo solo ai dirigenti, perchè ci sarebbe un deficit di almeno 70 milioni Euro. Eppure sono stati proprio i vertici stessi ad impoverire il conto economico rifiutando il rinnovo del contratto con SKY di oltre 50 milioni di Euro l’anno, rinunciando a crediti per decine di milioni di Euro (tra cui quello di 11 milioni di un importante operatore telefonico), a moltiplicare strutture e direzioni che non reggeranno al prossimo giro dello spoil system e porteranno cause contro l’azienda per mobbing o demansionamento. Si parla inoltre di un controverso piano industriale, ancora riservato, che prevederebbe esodi di oltre 1.000 dipendenti, tagli sul prodotto e sul funzionamento delle strutture.
Risultato: l’azienda è diventata una polveriera e finalmente il popolo Rai ha reagito, nella consapevolezza che il problema è ben più serio del mancato premio di produzione. In queste ore si susseguono assemblee spontanee, manifestazioni, proteste dentro le sedi di tutta l’Italia. I quotidiani ignorano il movimento, o lo riducono ad una mera rivendicazione economica.
I sindacati tacciono, cercano di frenare la protesta, facendo disinformazione via email e perdendo l’ennesima occasione di dare un contributo sostanziale.
Il dibattito tra i lavoratori è vivace e costruttivo: il tema più frequente è quello di riportare dentro l’azienda il prodotto, di riqualificare le professionalità interne, di valorizzare la creatività perduta, di produrre format di qualità anzichè acquistarne da altri, di riappropriarsi insomma di quegli elementi che sono l’anima del servizio pubblico. Questo scatto d’orgoglio dei lavoratori sotto forma di protesta autogestita, ha trovato i vertici aziendali totalmente impreparati. Masi ha fatto sapere di essere profondamente “irritato” con i dipendenti ed ha rimandato l’atteso incontro del 29 aprile tra i responsabili delle risorse umane e i lavoratori. Al chè i lavoratori si sono autoconvocati (sempre senza i sindacati) e hanno deciso di dare battaglia. Come spesso accade nella storia del nostro paese, ancora una volta i lavoratori sono più avanti delle élites.
Siamo alla nascita di un nuovo movimento? Lo vedremo nei prossimi giorni. Speriamo solo non sia troppo tardi per fermare l’ennesima svendita di un pezzo del patrimonio degli italiani.