Avanti della domenica

N. 12 del 2 maggio 2010

Lettere
domenica 2 maggio 2010

Astensionismo, figlio della logica bipolare


L’Italia è sempre stata il Paese delle fazioni, un Paese dove la logica bipolare ha sempre raggiunto l’estremo fino a degenerare in situazioni radicali e, in alcuni casi, paradossali. Salvo poi accorgersi della pericolosità degli effetti che queste situazioni potevano causare.
Le divisioni politiche, però, - ed è questa l’anomalia - non nascono da divergenze di opinioni, bensì dalla stima o dall’odio nei confronti di un uomo carismatico, che è riuscito a far ruotare attorno alla sua persona tutto il panorama politico nazionale. Così, queste elezioni che dovevano essere di ambito regionale, che dovevano riguardare quella sfera amministrativa che interessa da vicino ed in prima persona i cittadini, si sono trasformate in un referendum sull’operato di quell’uomo carismatico, perdendo di vista i veri obiettivi su cui bisognava concentrarsi per concedere il proprio voto.
Ed il voto è stato quasi svenduto per la propria appartenenza a questa o a quella bottega, a questa o a quella fazione, a seconda dei propri sentimenti viscerali nei confronti di Berlusconi e del suo governo. Poco hanno importato i programmi, le proposte, le idee, le aspirazioni.
Poi, a fianco di questi sentimenti da stadio, di questa tifoseria senza se e senza ma, è andata affermandosi la disaffezione. Lo sconforto, il senso d’impotenza.
Quello sconforto di chi non vede in nessun candidato un rappresentante serio delle proprie idee, quella disaffezione di chi sa che non potrà far contare in nessun modo la sua opinione, quel senso d’impotenza di chi si è reso conto che la nostra democrazia è in realtà governata dai mal di pancia delle masse e non dalla ragione e dal pensiero di chi sa ragionare e pensare.
Il vero vincitore di queste elezioni è stato proprio, checché se ne dica, l’astensionismo. E ciò è segno che qualcosa non va, sia nel modo di organizzare la politica, sia soprattutto nel modo di vederla e di sentirla. Quando i cittadini non si sentono rappresentati da una classe politica e da i mille artifici plebiscitari che la tengono in piedi è segno che quella classe politica e quei mille artifici devono essere cambiati. Non che quella classe politica e quei mille artifici devono cambiare i cittadini.

Gianluca Olivero