Il 1976 è un anno cruciale per la storia della nostra Repubblica. In esso si ritrovano, infatti, alcune analogie sorprendenti con il nostro presente politico, con questo 2010. Non si tratta, dunque, di parlare del passato, ma di scrivere dell’attualità politica che stiamo vivendo. Si tratta, cioè, di riprendere il bandolo della matassa, proprio ora che sembra essersi irrimediabilmente ingarbugliata. E l’attuale crisi della politica, a tutto vantaggio dell’anti-politica di destra e di sinistra, va forse riallacciata al 1976: l’anno del crollo elettorale delle forze risorgimentali e della cocente sconfitta dei socialisti.
L’ambasciatore Sergio Romano, nel suo libro “Storia d’Italia”, ricorda il 1976 come l’anno in cui il 73,1% degli italiani divise il proprio voto tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Fu il risultato che aprì la strada alla stagione del “compromesso storico” e al successivo governo di solidarietà nazionale.
Nel 1976, ricordiamolo, Giulio Andreotti divenne presidente del Consiglio, Amintore Fanfani salì sullo scranno più alto del Senato e Pietro Ingrao assunse la presidenza della Camera dei deputati. Mentre le forze politiche ritenute eredi delle idee e degli ideali risorgimentali uscirono pesantemente sconfitte dalle urne e toccarono il fondo racimo
lando soltanto uno scarso 25%. Ma da quella sconfitta ripartì una forte volontà innovatrice della politica italiana. Sempre nel 1976, infatti, ci furono due novità inattese che permisero agli eredi delle forze liberali e risorgimentali, date ormai per morte, di arrivare fino a noi e di essere vive ancora nel 2010 come esempio attivo e operativo di una memoria antica e pulsante, sopravvissuta ai micidiali colpi di coda di un ormai vecchio e anti-storico potere illiberale, non-democratico, protezionista, localistico, corporativo, clericale, xenofobo, secessionista, anti-europeo. Colpi di coda a cui hanno resistito, nel tempo, i successori di quelle forze politiche, economiche, sociali e popolari che permisero di realizzare l’Unità d’Italia nel 1861. Ormai 150 anni fa.
A raccontarla così, sembra una Storia definitivamente consegnata ai libri scolastici, ma non è così. Si tratta di una memoria viva e vitale che va ora proiettata verso il futuro, “se la memoria ha un futuro”, direbbe Leonardo Sciascia. E’ una memoria, dunque, tuttora presente in noi e che non può cedere agli attacchi reazionari di un’ondata anti-risorgimentale.
Senza falsa retorica.Proprio nel 1976, anno della sconfitta delle forze liberali e socialiste, due segnali controcorrente indicarono un percorso di riscossa da cui oggi possiamo ripartire: per la prima volta, infatti, ci fu l’ingresso in Parlamento dei Radicali di Marco Pannella, che costituirono il gruppo Federalista europeo e nello stesso anno, all’Hotel Midas di Roma, alla fine del Congresso del Partito socialista italiano, venne eletto segretario l’allora quarantenne Bettino Craxi. Tanto che, forse proprio grazie a questi due eventi, qualche anno dopo, per la prima volta nella storia repubblicana, un laico andò alla guida di un governo nazionale. E lo fece proprio sulla scia delle idee risorgimentali. Tanto che, successivamente, l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, socialista, diede l’incarico a Giovanni Spadolini, mazziniano e repubblicano, di formare il nuovo governo. E Spadolini fu il più risorgimentale dei politici italiani. Ripartiamo dal nostro essere liberali e socialisti. Ripartiamo da Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat. E guardiamo avanti perché, al di là delle parti in gioco, dei partiti mass-mediatici e della partitocrazia dominante, al di là delle ideologie ormai defunte e del potere fine a se stesso, al di là dell’età o della generazione di appartenenza, in questo 2010 abbiamo tutti la responsabilità civica, civile e storica di rispondere alle urgenze, alle richieste e alle parole, interiori ed esterne, che ci spronano a cambiare un tale assurdo sistema anti-politico, illiberale e non-democratico fatto soltanto di selezioni al rovescio, di pregiudizi e di pregiudiziali. Senza meriti, senza sbocchi, senza futuro.
Ci sono sentimenti e ragioni che ci spingono a ritrovare ciò che di più caro e di antico, quindi di più nuovo, la politica italiana abbia espresso negli ultimi quindici anni: il progetto di rinnovamento politico siglato da un patto tra generazioni diverse. Mi riferisco al progetto politico della Rosa nel Pugno, rimasto aperto come una possibilità concreta.
Un’idea che per primo individuai come una felice intuizione descrivendola, in tempi non sospetti, in un mio pamphlet del 2004: “La Rosa è nel Pugno”. Il progetto non è mai fallito. Mi riferisco al progetto riformatore, laico, nonviolento, liberale, socialista, radicale e libertario su cui possiamo finalmente puntare insieme a tutte quelle forze liberali che vorranno convergere verso un così alto e ambizioso obiettivo politico e culturale per il nostro Paese. Senza retorica.